di Sandro Renato Garau
Non sempre è facile esserci, ma incontrare bambini/e, giovani, donne e uomini che hanno voglia di stare insieme per dire no alle ingiustizie, perché sognano un mondo migliore e si impegnano per questo, è partecipare a un percorso condiviso. Questo il messaggio che il primo giorno di primavera, promossa da Libera con la rete interassociativa, hanno voluto dare i cinquantamila che hanno partecipato alla XXXI Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie a Torino.
La giornata è istituita ufficialmente con la legge n. 20 dell’8 marzo 2017, l’idea nasce, però nel 1996 in Campidoglio, quando venne letto per la prima volta l’elenco delle vittime innocenti.
Erano 300 i nomi delle vittime letti in piazza del Campidoglio quel 21 marzo 1996, oggi dopo trent'anni, a Torino sono 1117 con 16 nuovi nomi rispetto al 2025, quando la manifestazione si svolse a Trapani. Questi raccontano “Centinaia e centinaia di storie, emerse grazie ai familiari delle vittime e a tanti cittadini e cittadine che, scavando osservando e vivendo i propri territori, hanno contribuito a trasformare sofferenze private in memoria collettiva”
Il tema scelto quest’anno: “Fame di verità e giustizia”, è semplice, comprensibile e come tutte le cose semplici porta in sé un messaggio inequivocabile.
La mattinata dei manifestanti è iniziata in Piazza Solferino, alle ore 8.00 dove si è concentrato il corteo, alle 9 la partenza: Via Pietro Micca, Piazza Castello, i Giardini Reali, Corso San Maurizio, un tratto del Lungo Po Cadorna sino a Piazza Vittorio Veneto. Dove le circa 50 mila persone tra donne, uomini di ogni età, studenti e studentesse, scout e aderenti ad altre associazioni e i rappresentanti dei presidi Libera contro le Mafie sparsi per l’Italia hanno riempito la Piazza per ascoltare e riflettere. Una folta rappresentanza di amministratori regionali, provinciale e comunali con i gonfaloni dei loro comuni hanno voluto testimoniare il loro impegno e la loro contrarietà a qualsiasi tipo di mafia.
Ad aprire il corteo, in silenzio, i parenti delle vittime arrivati da ogni parte d’Italia hanno camminato insieme ai magistrati che in questi anni hanno combattuto e combattono le mafie. Molti i politici confusi tra i manifestanti. Peccato non si sia vista la Deputata Presidente della Commissione Parlamentare Antimafia.
Alle 11, mentre la piazza finiva di accogliere i partecipanti, è iniziata la lettura dei nomi delle 1117 vittime innocenti delle mafie. Magistrati, amministratori, parenti delle vittime, persone comuni si sono alternati nella lettura. Ha chiuso il momento l’ottantasettenne ex magistrato, e capo delle procure di Palermo e Torino Gian Carlo Caselli che accompagnato dalla moglie Laura ha rivolto anche l’ultimo massaggio alla piazza: “A Loro e a Tutte le vittime innocenti che ancora non conosciamo. Va la nostra memoria e il nostro impegno”.

Quindi accolto da un applauso scrosciante è salito sul palco Don Luigi Ciotti. Il fondatore di Libera ha affrontato, come nel suo stile, molti temi attuali il primo dei quali è stato la Memoria dicendo che “La nostra Memoria, quella che oggi ci dà appuntamento qui, è una memoria viva, e la memoria vera ha un costo. Costa fatica, inquietudine. Perché la memoria onesta chiede cambiamento, ci provoca, ci converte, ci mette in discussione. La memoria ci chiede di risarcire il dolore innocente, di dare corpo alla giustizia negata, di portare alla luce le verità nascoste per decenni”. A queste parole ha aggiunto che “quando perdiamo la memoria perdiamo noi stessi, perdiamo l'anima”.
L’altro concetto sul quel ha insistito è quello antico delle mani pulite, don Ciotti lo ha riletto allontanandolo dall’indifferenza, dal perbenismo e dalla complicità. “Le mani pulite da sole non bastano. Possiamo avere le mani pulite e tenerle in tasca. Possiamo essere formalmente irreprensibili e stare alla finestra mentre il mondo brucia. Non basta. Perché se abbiamo le mani pulite ma le teniamo in tasca siamo complici. Siamo complici dell'indifferenza. Siamo complici dell'ingiustizia che avanza. E colpisce duro, come sempre, i più deboli, i meno tutelati”.
Coloro dei quali si fa memoria oggi “Non sono numeri. Non sono statistiche. Sono volti. Sono storie. Sono madri, padri, figli, fratelli, sorelle, nonni, bambini. Sono persone a cui è stata strappata la vita perché hanno avuto il coraggio di dire no o perché hanno fatto il loro dovere. Non permetteremo che la morte sia stata inutile. Il vostro sangue fecondi la nostra lotta”.
Don Luigi Ciotti ha richiamato, poi, un atteggiamento che pareva essersi affievolito durante il recente covid, quando l’isolamento e la paura avevano attanagliato molte persone facendole chiudere in sé stesse e isolarle. “E’ indispensabile rigenerare i legami. Ricostruire relazioni autentiche. Prenderci cura gli uni degli altri. Perché la mafia, la corruzione, l’indifferenza, vincono quando siamo soli. Quando ciascuno pensa per sé. Quando il «noi» si dissolve in una polvere di individui spaventati. Crediamo in una comunità che si sostiene, che si aiuta, che non lascia indietro nessuno. Che non scarica i suoi problemi sui più deboli, ma li affronta insieme”.
A tutti, ai politici, ai magistrati, alle forze produttive, a quelle dell’ordine e a chiunque abbia responsabilità ricorda la Costituzione: “Perché siamo ostinatamente fedeli a un sogno. Il sogno che la nostra Costituzione non resti scritta solo sulla carta, ma diventi carne. Carne viva. Pane quotidiano”. Aggiunge, con un pizzico di soddisfazione, quasi una confessione: “Per questo saremo sempre un po' sovversivi. Sì, lo ammetto senza pudore. Forse è per questo che i potenti, da sempre, non si fidano di noi”. Sino a riproporre i temi che affliggono molti nella nostra società, quelli del: “Lavoro. Casa. Futuro. Salute. Istruzione. Cultura. Tutela del Creato. La nostra casa Comune”. L’invito ad essere sovversivi è chiaro, senza ombre, rivoluzionario: “Questo è il nostro sovversivismo pacifico. Questa è la nostra rivoluzione gentile. E allora, andiamo. Con le mani pulite, per costruire. Con gli occhi limpidi, per vedere chi ha bisogno. Con il cuore puro, per non smettere mai di sperare”.
Nell’intervento ha affrontato anche altri temi come quello del patriarcato partendo dal fatto che la “sub-cultura mafiosa è profondamente patriarcale. Le donne, in quel mondo, sono figure subalterne: servono, ma non contano. Devono obbedire, non pensare, subire, non ribellarsi. Eppure, quante donne hanno pagato con la vita il coraggio di dire no? Quante sono state uccise perché hanno rotto gli schemi, perché hanno alzato la testa, perché hanno voluto, hanno preteso, di essere libere?” A questo proposito alla politica chiede che almeno sulla proposta di legge bipartisan su violenze sessuali e consenso si possa trovare un accordo anche se denuncia “l’inaccettabile passo indietro” sulla legge su consenso e violenza sessuale”. (Ddl Bongiorno)

Il pensiero sulle guerre, tutte le guerre è quanto di più semplice si possa esprimere e al quale pare ci stiamo abituando. Don Ciotti dice no: "Le guerre uccidono, distruggono, inquinano: sono un trittico di morte. E sono un grande affare per le mafie, per i trafficanti di armi, per le multinazionali del petrolio”. Riferendosi al suo Piemonte, ma noi potremo dire la stessa cosa per quanto succede nella nostra isola, aggiunge: “Qui si progettano e si assemblano i caccia del futuro che seminano morte. Costruire la pace non significa fabbricare più armi, ma costruire più scuole, case, ospedali, lavoro dignitoso. Significa investire nella vita, non nella morte”. Più chiaro di così.
L’ultimo monito richiama il tema della giornata “Fame di verità e giustizia”. “Che la nostra fame non si spenga con questo giorno. La fame di verità e giustizia diventi il pane di ogni nostro giorno. Sempre. Insieme. LIBERI.”
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