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Cagliari e la Sardegna tra Ottocento e Novecento, i moti del 1906

Prosegue alla Fondazione di Sardegna il ciclo di incontri su “Cagliari e la Sardegna tra Ottocento e Novecento”. Appuntamento mercoledì 4 novembre alle 17

Nuovo appuntamento nell’ambito della manifestazione organizzata dall’Università dell’Ambiente, del Paesaggio e del Territorio con al centro “Cagliari e la Sardegna tra Ottocento e Novecento. Personaggi, storie, avvenimenti e memorie di socialità e cittadinanza”.Il tema della serata, “I moti sociali del 1906”, sarà presentata dal professore Gianni Murgia, già docente di Storia moderna presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Cagliari.Si discuterà sul contesto sociale di quel tempo, caratterizzato da una profonda crisi economica e sociale accentuata dalle modalità con le quali veniva portato avanti il processo di industrializzazione del paese. I costi della modernizzazione venivano pagati esclusivamente dai ceti sociali più bassi.I moti coinvolsero una grossa fetta della società sarda e in particolare cagliaritana quando ad operai, contadini e pastori si aggiunsero anche le donne: per la prima volta il mondo femminile della Manifattura Tabacchi di Cagliari manifestava il proprio malcontento. Quei tragici eventi sfociarono in modo violento e incontrollato, a cui seguì una repressione altrettanto forte, causando due morti e una ventina di feriti.La partecipazione alla serata è libera e gratuita. ...

Guspini, in via Giovanni Antonio Sanna c’è traccia di un’Insula

Le ricerche più recenti mostrano che nel settecento l’intero complesso era di proprietà di un ricco proprietario terriero, che vi abitava con le sue maestranze

 C’è un punto di Guspini, in via Giovanni Antonio Sanna, dove il tempo sembra fermarsi. Lo si capisce appena si varca il portale: una soglia massiccia, consumata da mani e stagioni, che sembra ancora chiedere permesso a chi entra. Oltre quel varco, il paese moderno scompare, e si apre un cortile silenzioso, un cavedio ciottolato che raccoglie la luce come un pozzo rovesciato verso il cielo.Attorno al cortile, come in un abbraccio antico, si disponevano le piccole stanze dell’insula. Erano ambienti modesti, bassi, che prendevano aria e vita solo da quel vuoto centrale. Le porte si fronteggiano come volti familiari, e ogni pietra sembra sapere il nome di chi l’ha toccata.La storia dell’insula, però, non è lineare.Le ricerche più recenti mostrano che nel settecento l’intero complesso era di proprietà di un ricco proprietario terriero, che vi abitava con le sue maestranze, in una forma di convivenza che univa lavoro, dipendenze e quotidianità. Solo in seguito l’insula iniziò a frazionarsi: nell’Ottocento una delle abitazioni divenne persino scuola primaria, segno di un progressivo adattamento alle esigenze del paese che cresceva.E tuttavia, nonostante i cambiamenti, un tratto rimase intatto: la vita comunitaria. Sino a metà del Novecento, e ancora nel nuovo millennio, l’insula continuò a essere abitata da famiglie che condividevano spazi, ritmi, relazioni. La vedova Graziella Pusceddu, che vi ha vissuto e frequentato il cavedio, ricorda che il portale veniva chiuso ogni sera e riaperto all’alba, come si faceva un tempo.Un gesto semplice, quotidiano, che custodiva il senso di protezione e di appartenenza. E racconta che, nonostante le nuove abitazioni e le trasformazioni interne, lo spirito associativo e conviviale non si è mai spento: il cortile continuava a essere un luogo di incontro, di aiuto reciproco, di vita condivisa.Gli anziani lo dicevano con naturalezza, come si dice una verità che non ha bisogno di essere spiegata: “Guspini era fatto di Addeus.”E avevano ragione. Prima che le strade si aprissero dritte e larghe, prima che le case si allineassero lungo i fronti stradali, Guspini era un mosaico di micro‑mondi chiusi, ciascuno con il proprio portale, il proprio cortile, la propria comunità interna. Non quartieri, non rioni: Addeus.La parola sembra semplice, quasi domestica, ma dentro contiene un mondo. Non nasce dal cristianesimo, né da un nome proprio. Le sue radici affondano più indietro, forse nel latino aditus, “ingresso, accesso”, o in una voce più antica ancora, prelatina, che indicava un luogo separato, appartato. E infatti l’Addeu è proprio questo: un dentro distinto dal fuori, un luogo che si entra, non che si attraversa.Nella tradizione guspinese, Addeu significa: un gruppo di case raccolte attorno a un cortile; un portale che segna la soglia; un nucleo familiare allargato che vive come una comunità; uno spazio interno condiviso, protetto, identitario.Le case non guardavano la stra ...

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