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Esiste ancora uno spazio per il sardismo?

Sarebbe un errore identificare la crisi del Psd’Az con la scomparsa del sardismo. Perché il sardismo non coincide con una sola sigla politica: è un patrimonio culturale

Le elezioni del 7 maggio in Scozia e Galles hanno registrato l’affermazione di forze indipendentiste capaci di costruire consenso attorno a programmi concreti di autogoverno. In Sardegna, invece, il sardismo attraversa una delle fasi più delicate della sua storia recente.Il dibattito apertosi nelle ultime settimane dentro il Partito Sardo d'Azione non riguarda soltanto gli equilibri interni del partito, ma pone una questione più ampia: esiste ancora oggi uno spazio politico credibile per il sardismo?La crisi è evidente. Da una parte l’ex presidente della Regione Christian Solinas apre al dialogo con settori del centrosinistra e del cosiddetto campo riformista, oggi maggioranza in Sardegna, proponendo una “rigenerazione” del sardismo e annunciando un congresso straordinario del partito. Dall’altra, un gruppo di ex segretari sardisti denuncia il progressivo svuotamento politico e organizzativo del Psd’Az.Al netto delle dinamiche interne a un partito, ciò che emerge è soprattutto la crisi di un modello politico. Per decenni il sardismo ha rappresentato l’idea che la Sardegna non dovesse essere una semplice periferia amministrativa dello Stato italiano, ma una comunità politica dotata di interessi propri. Oggi quella spinta sembra essersi progressivamente indebolita. Ma sarebbe un errore identificare la crisi del Psd’Az con la scomparsa del sardismo. Perché il sardismo non coincide con una sola sigla politica: è un patrimonio culturale e politico più ampio, che riguarda temi come lingua, autogoverno, energia, servitù militari, spopolamento e diritto della Sardegna a costruire un proprio modello economico e sociale.La vera differenza rispetto alle esperienze scozzese e gallese sta probabilmente qui. Lo Scottish National Party e il Plaid Cymru non hanno costruito il proprio consenso sulle appartenenze ideologiche tradizionali, ma sulla capacità di collegare la questione nazionale ai problemi quotidiani delle proprie comunità: sanità, trasporti, welfare, energia, rappresentanza democratica. In Sardegna, invece, il confronto politico continua troppo spesso a svilupparsi dentro categorie importate dal dibattito italiano, mentre le questioni specificamente sarde restano sullo sfondo.In un’Europa attraversata da crisi economiche, energetiche e sociali, il tema dell’autogoverno delle comunità territoriali torna progressivamente al centro del dibattito pubblico.E allora la sfida non riguarda soltanto il destino di una singola sigla storica, ma la capacità del sardismo di rinnovarsi, ritrovare nuove energie e tornare a interpretare le esigenze reali della società sarda. ...

Assistenza, sanità e tecnologie: sogno un “insieme a loro”

Quante volte ci si è fermati a pensare, magari anche solo per un istante, a cosa si potrebbe fare davvero per gli anziani, per le persone fragili, per chi vive una disabilità anche...

Quante volte, subito dopo, questo pensiero si è scontrato con la realtà: quella fatta di strutture, ricoveri, liste d’attesa, costi e inevitabili distacchi che, tutti spesso, non fanno altro che “consumare dentro, lentamente, una persona (sia il beneficiario di assistenza che familiari)? Discorso identico per chi, nell'assistenza un familiare, spesso deve prima imparare a combattere e vincere quel senso di solitudine, potendo fare affidamento quasi solo sulle proprie forze e energie? Oggi il sistema, per come è costruito, porta spesso in una direzione chiara: quando la gestione domiciliare diventa complessa, si entra in un circuito che allontana la persona dal proprio ambiente. Case di riposo, RSA, ospedali. Luoghi necessari, certo, ma anche luoghi che hanno un costo enorme, non solo economico ma umano. Il distacco dalla propria casa non è mai neutro: incide sul benessere psicologico, sulla percezione di sé, sulla qualità della vita. Se poi si prova a guardare la questione da un punto di vista economico, il quadro si amplia ulteriormente. Il costo medio annuale di una degenza in una struttura residenziale può facilmente superare i 40000 euro per paziente, considerando personale, assistenza sanitaria, logistica, gestione. Moltiplicato per centinaia di migliaia di persone, si parla di miliardi di euro che gravano sul sistema pubblico e sulle famiglie. E mentre la popolazione invecchia, le chiamate al 118 aumentano mentre i volontari diminuiscono o i turni dei volontari diventano fonte di forte stress, crescite di chiamate al numero unico di emergenza (112) anche a causa di “guardie mediche sempre più assenti” o “ambulatori di medicina generale ancora scoperti e vuoti”, questo modello mostra sempre più chiaramente i suoi limiti: costi crescenti, strutture sotto pressione, personale insufficiente.E allora la domanda torna, più concreta di prima: esiste un’alternativa reale?Non un’utopia, ma qualcosa di tecnicamente fattibile oggi. La risposta, sempre più evidente, sta nella tecnologia. Ma non in senso astratto o futuristico: in un’idea precisa di casa evoluta, progettata per assistere, monitorare e proteggere chi ci vive senza sostituirsi alla dimensione umana, ma rafforzandola. Immaginiamo una casa normale, che però diventa un sistema intelligente. Sensori discreti, non invasivi, capaci di rilevare movimenti, cadute, anomalie nei comportamenti quotidiani. Dispositivi indossabili che monitorano parametri vitali in tempo reale: battito cardiaco, ossigenazione, pressione. Sistemi di telemedicina integrati che permettono controlli periodici senza spostamenti. Assistenti vocali evoluti, pensati non per la comodità ma per la sicurezza: promemoria per farmaci, contatti immediati con familiari o operatori, attivazione automatica dei soccorsi. A questo si aggiunge una rete: non solo tecnologica, ma organizzativa. Un modello in cui la casa diventa il primo presidio sanitario leggero, collegato a centri territoriali che ricevono ...

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