Interessante toponimo del territorio di Arbus che insiste in un valico di antica frequentazione, ma il suo nome rievoca la storia più recente e si ammanta di narrazioni popolari. Non siamo certi che il passo di Genn'e Gruxi fosse già frequentato in fase Mesolitica (9500-6500), visto il recente ed importante ritrovamento preistorico nel litorale, ma non è esclusa un’integrazione con il successivo gruppo umano certamente presente in fase Neolitica (5900-3500). Probabilmente la presenza dell'uomo neolitico sull'ameno passo è parte integrante dell'ampia colonizzazione della costa arburese, allora esplorata e vissuta attraverso il piccolo cabotaggio, pratica utilizzata dalle genti neolitiche che hanno lasciato significative tracce su tutto il litorale. La storia della Sardegna ci narra che intorno al 5700 a. C., furono numerosi gruppi umani che giunsero nell'isola, portando l'agricoltura, l'allevamento, la ceramica decorata a incisione, i metalli e l'ossidiana. L'area del passo di Genn'e Gruxi si discosta dal resto degli insediamenti della linea di costa perché è posizionata più all'interno, l'uomo del neolitico si insedia occupando la zona prossima al valico detta di Pranu Agas (pianoro degli antri o cavità). Nell'amena località, attraverso il valico di Genn'e Gruxi, si teneva sotto controllo la vasta vallata del monte Arcuentu sino all'area mineraria di Montevecchio e l'ampia conca di Funtanazza, che si apre sull'ampio tratto di mare di Sardegna, ben noto alle genti neolitiche.
Del sito se ne fa menzione nella tesi di laurea del professor Tullio Raccis, a. a. 1952/53, nella quale segnala la presenza di quattro anfratti naturali utilizzati dall'uomo preistorico, che certifica come ripari sotto roccia e ne riporta le dimensioni. Gli interessanti anfratti si sono formati a seguito del sollevamento dei depositi calcari dell'era Secondaria (25-20 milioni di anni fa), e poi sconvolti con la successiva attività eruttiva dell'Arcuentu, iniziata nell'era Terziaria. Il sito è censito nel catasto speleologico sardo con la dicitura “Diaclasi di Sa Planarga” è costituito da tre fenditure lunghe rispettivamente 60, 27 e 48 mt.
Le fratture posizionate a quota 340 mt s.l.m. sono nascoste alla vista per chi attraversa il valico, presumibilmente videro un “loro abbandono” nell’Eneolitico o Età del Rame (3500-2300 a. C.), con l'occupazione dell'intero pianoro, sul quale sorse un articolato villaggio capannicolo. Ad indicarcelo sono l'ampia distesa di pietrame piccolo e medio che richiamano l'esistenza dei bassi muri circolari delle capanne sui quali si elevava la copertura con legni e frasche. Il sito era sicuramente un centro di lavorazione dell'ossidiana, attestato da una discreta quantità dei frammenti sparsi di lavorazione e di alcune punte di freccia ritrovate. Non da meno erano le numerose pietre da macina che il Raccis raccolse a testimoniare che la comunità neolitica di Pranu Agas praticava l'agricoltura nel sottostante passo di Genn'e Gruxi.
Nelle fasi successive del Bronzo Antico (2300-1800 a. C.) e quella, meglio nota, Nuragica (1800 -900 a. C.), l'insediamento di Pranu Agas viene abbandonato per un nuovo abitato posto nel sottostante costone orientale costituito da roccia basaltica, presumibilmente più consono per realizzare il villaggio nuragico. Parte del villaggio venne tranciato con la costruzione della strada Montevecchio - Funtanazza, che aveva lasciato l'antico tracciato per seguire le curve di livello del promontorio. Con la posizione del nuovo insediamento umano sembrerebbe che il passo abbia perso centralità, anche se non il controllo strategico, perché risultava essere l'unica via di passaggio fra l'area mineraria ed il mare, in un momento in cui l'attività mineraria sembrava aver destato grande interesse economico oltre l'agricoltura. Il villaggio, rivolto a ponente all'apice della ampia vallata di Funtanazza, venne datato dal prof. Giovanni Ugas (Docente dell'Università di Cagliari di preistoria e protostoria sarda) al Bronzo medio (1500-1200 a. C.), per il ritrovamento nella sezione stradale di materiali ceramici e di una ciotola. L'antico asse viario Montevecchio-Funtanazza, in questa ultima fase, era costellato da diversi insediamenti nuragici e in particolare quello vasto e più vicino all'area mineraria di Montevecchio di Masoni Erdi e l'altro, più prossimo al passo di Terra Sebis, dove è stata accertata l'attività fusoria.
Probabilmente proprio l'attività mineraria, già nota nel Neolitico, con la produzione di manufatti d'argento, aveva spinto le genti nuragiche, esperti conoscitori dell'arte fusoria, a posizionare l'insediamento umano al di sotto del passo per un ampio controllo del mare di Sardegna, dove le nuove migrazioni, ma gli stessi nuragici, praticando il piccolo cabotaggio potevano muovere e commercializzare i prodotti della terra e nel nostro caso anche i minerali e i manufatti, in particolare piombo, ferro, rame e bronzo.
La posizione del villaggio, oltre a tener sotto controllo il vasto tratto del mare, verosimilmente controllava una probabile struttura portuale a Gutturu de Flumini in località Calata bianca.
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Calata bianca[/caption]
Questo toponimo fu oggetto di discussione durante il ritrovamento del carico nuragico di rio Domu de S'Orku, quando con l'ispettore onorario della Soprintendenza Archeologica di Cagliari e Oristano, il subacqueo Nicola Porcu, si era alla ricerca di un probabile terminale dell'asse viario sulla costa, che dalle miniere di Montevecchio conducesse al mare, diverso dalla spiaggia di rio Domu de S'Orku.
Che ci fosse in quel periodo un traffico di minerali da Montevecchio verso la costa, lo aveva suggerito anche una parte del corredo funerario della tomba dei giganti di Bruncu Espis, poco distante da Calata Bianca. L'importante monumento nuragico venne scavato nell'aprile del 1925 dall'allora sovrintendente Antonio Taramelli, che vi trovò, oltre a dei manufatti ceramici e metallici, diversi blocchi di galena (minerale di solfuro di piombo). I campioni analizzati dall'allora direttore delle miniere di Montevecchio ing. Arvedo Righi, risultarono il piombo al 48,3 % e l’argento allo 0,15%.
Il prof. Giovanni Ugas, che curava la ricerca e il recupero di Domu de S'Orku, sosteneva che, con molta probabilità, il carico nuragico partiva dalla costa e forse proveniente dall'area mineraria di Montevecchio, così come oggi si è quasi certi. Il Porcu, esperto di ritrovamenti portuali antichi, a tal proposito affermava che i minerali, essendo piuttosto pesanti, per essere caricati su una nave avrebbero avuto la necessità di disporre di un molo od una struttura “portuale” che tenesse tutta la chiglia dell'imbarcazione in acqua. Caricare una nave con materiali pesanti sulla spiaggia sarebbe stato oltremodo difficoltoso e avrebbe poi creato non pochi problemi la sua rimessa a mare. Così la ricerca attivata nei giorni del recupero si soffermò sul piccolo tratto di costa che stranamente aveva mantenuto il termine Calata (bianca) e non cabàda (bianca).
Il termine descrittivo del toponimo Calata dal latino Calare, indicherebbe una discesa o meglio una calata. Il vocabolario Teccani dà quattro definizioni, la prima: “l'atto, il fato di calare”, ma interessante è la terza: “Tratto delle banchine dei porti destinato all'ormeggio delle navi mercantili, per l'imbarco o lo sbarco diretto di merci o di passeggeri”.
Un attento sopralluogo permise di riscontrare, nella sezione sul mare, alcune tracce murarie e la sagoma di un canale scavato nello strato calcareo, con imboccatura a sud-ovest della lunghezza di 30 metri circa e della larghezza di 6 mt. Il sito è ancora utilizzato per porre in mare piccole imbarcazioni. Altri elementi a supporto dell'importante ipotesi furono il ritrovamento ad est, su un piccolo promontorio, allora occupato da un casotto, di eloquenti tracce di frequentazione umana del periodo nuragico, come i frammenti di ceramiche, schegge di ossidiana ed elementi di piombo. L'ipotesi che allora si avanzò, e oggi posta all'attenzione degli studiosi, che il carico imbarcato a Calata bianca abbia subito uno sbilanciamento costringendo l'equipaggio a riparare nella spiaggia di Domu de S'orku schiantandosi su un basso fondale. I materiali vennero infatti trovati su un fondale roccioso di appena cinque metri, e nel periodo nuragico il fondale era sicuramente molto più basso. L'altra ipotesi fu che l'imbarcazione dopo aver effettuato il carico a Calata Bianca, potrebbe aver tentato uno scalo a rio Domu de S'orku per ricevere un ulteriore carico prodotto dal villaggio nuragico insediato nella parte alta della spiaggia detto di Costa Verde, al centro del lungo filone minerario Montevecchio - Ingurtosu.
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Carico di bronzi domu de s'orcu[/caption]
Dopo la fase nuragica, il passo Genn'e Gruxi, con i fenicio-punici (900-238 a. C.), sembrerebbe assumere una nuova funzione, oltre l'importanza strategica, il valico divenne anche un luogo sacro, con l'edificazione di un sacello votivo, cosi come fecero sul monte Arcuentu. I cartaginesi, tra il IV e I sec. a. C., eressero il piccolo tempietto alla dea dei campi e sua figlia, Demetra e Kore. Questa certezza è stata possibile grazie al ritrovamento da parte del Gruppo Archeologico Neapolis (fine anni 1980), di un piccolo busto di Demetra, oggetto di devozione, luogo in cui avvenivano i riti e le preghiere legate alla fertilità della terra, della vita e della morte. In associazione al busto in ceramica vennero recuperati due pesetti tronco piramidali e uno cilindrico, probabili ex voto, con funzioni simboliche o rituali. Offrire alla dea delle messi e dei cicli agricoli quei pesetti potevano rappresentare la richiesta della “giusta misura”.
Genn'e Gruxi viene scelto come luogo sacro dai cartaginesi perché coerente con la loro logica culturale: punto di passaggio fra territori (non sappiamo se il passo fosse già considerato sacro dai nuragici, sarebbe stato un ulteriore elemento perché i fenicio-punici erigevano i loro luoghi sacri dove esisteva un culto nuragico) e Pranu Agas luogo della memoria di comunità locali e sacralità antica con gli anfratti, considerati luogo di contatto con le divinità sotterranee.
Gen'e Gruxi e Pranu Agas, ai piedi del quale venne eretto il sacello a Demetra e Kore, diventa così il richiamano del mito: La giovane Kore viene rapita da Ade, il Dio degli inferi, per farne la sua sposa, portandola nel suo regno sotterraneo. Demetra disperata cercò la figlia ovunque trascurando i suoi doveri, così la terra si inaridì divenendo sterile. Zeus per ristabilire l'ordine, chiese ad Ade di restituire Kore. Ade accettò, ma prima di lasciarla offrì a Kore sei semi di melograno che ignara mangiò, legandola definitivamente agli inferi. Il nuovo intervento di Zeus portò ad un accordo: per sei mesi Kore sarebbe stata con la madre sulla terra (primavera ed estate) e per sei mesi negli inferi (autunno e inverno).
Il culto a Demetra e Kore perdura anche in fase romana (238 a. C. - 456 d. C.), anche se i romani identificarono Demetra con Cerere (dea dell'agricoltura) e Kore con Proserpina (regina degli inferi).
Certo è che presso il sacello venne recuperata una tomba romana alla cappuccina, si presume di fase imperiale databile tra il I e III secolo d. C., tali sepolture perdurano sino al VI secolo d. C.
La tumulazione è povera e tipica delle classi meno abbienti, in una fossa ricoperta da tegole disposte a tetto a doppio spiovente, venne rinvenuta una deposizione che ci colpi perché di forte richiamo simbolico: la sepoltura conteneva due inumati abbracciati, un adulto e un minore, probabilmente una madre con la figlia.
Genn'e Gruxi mantiene la sua sacralità e non perde la sua funzione di confine e controllo della vallata, affidato questa volta al villaggio romano posto in regione Cuccuru S'Irba, al disotto del passo. A sud dell'antico villaggio nuragico la piccola comunità romana poteva tenere, come gli antenati, sotto controllo lo stesso tratto di mare e la vallata di Funtanazza, che si era arricchita della villa di Is Orfaneddus, probabile sede del latifondista (aristocratico, cavaliere, funzionario imperiale o proprietà di una famiglia nobile). Non è dato sapere, ma il toponimo latino e la presenza della villa ci fa presumere che quell'arcaico molo di Calata bianca si sia mantenuto per agevolare i movimenti delle persone e delle cose verso la città di Neapolis, ormai strutturata e principale riferimento territoriale, evitando il lungo e tortuoso cammino montano, o per caricare sulle navi, in transito, le produzioni del latifondo da trasferire a Calaris o a Roma.
Anche in fase bizantina (dal 534 al 1000 circa) le comunità locali avevano mantenuto sostanzialmente le peculiarità del passo di Genn'e Gruxi con la sua sacralità e il ruolo di difesa e controllo. Ma un nuovo evento raggiunse anche questi nostri luoghi lontani dai centri abitati, che erano andati man mano formandosi. Con l'avvento bizantino Bisanzio inviava in Sardegna i monaci basiliani con l'intento di cristianizzare le popolazioni, in modo particolare raggiungevano aree isolate dove ancora era forte l'adorazione di elementi naturalistici e pagani. I monaci raggiunsero anche il cruciale passo (presumibilmente tra il VI e IX secolo), insediandosi nel sottostante villaggio romano. In questa comunità eressero il piccolo tempio cristiano che intitolarono a San Costantino, Santu Antine, come è giunto sino a noi.
La presenza cristiana in un luogo a forte connotazione pagana aprì senza ombra di dubbio al mantenimento del luogo sacro, ma con nuova intitolazione (sincretismo religioso), come avvenne per il monte Arcuentu.
Non una cancellazione ma una metamorfosi, dove prima si celebrava un confine stagionale, un ritorno ciclico della vita, un confine tra mondi, i basiliani vi eressero il simbolo costantiniano, la croce, da cui Genn'e Gruxi, passo della croce.
Quasi una riproposizione della visione costantiniana che vide in cielo una croce con la frase in greco “en Touto nika” (in questo segno vincerai).
La croce come simbolo protettivo, ma anche confine spirituale, resurrezione e soglia tra umano e divino.
Il toponimo, giunto sino a noi, si mantenne inalterato anche nella fase giudicale (IX-XV sec.) che in età aragonese e spagnola (1323-1750), periodo in cui Genn'é Gruxi torna a essere il confine, la sentinella fra due comunità.
Questo sicuramente avveniva con la conquista aragonese della Sardegna e l'inizio del sistema feudale (1323 -1400).
La vallata di Funtanazza che ha il suo apice sul passo Genn'e Gruxi, come si evince anche dalla narrazione storica, è sempre stata un'area agricola che si è mantenuta sino alla fase medioevale, ne è testimone un Alfonsino (moneta d'argento coniata a Villa di Chiesa e in circolazione dal 1300) rinvenuto presso la villa romana. Con molta probabilità anche Funtanazza subì il tragico evento della peste nera, che nel 1347 decimò la popolazione isolana e molti centri abitati scomparvero definitivamente.
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Tomba Funtanazza[/caption]
Il feudatario di turno, che traeva i suoi lauti proventi dallo sfruttamento agrario, evidentemente pensò bene di rivitalizzare l'area per tranne profitto, assegnando alla chiesa di San Nicolò e a qualche personaggio illustre di sua stretta fiducia della villa di Guspini tutto il compendio di Funtanazza e non solo. Questo potrebbe essere avvenuto dopo il 1421 quando il territorio venne ceduto a Raimondo Guglielmo de Moncada o successori come Simone Royg o Pietro Besalù sino ai Carroz (conti di Quirra) intorno al 1511, quando la Baronia di Monreale rientrò in loro possesso.
Gli spagnoli e la loro dinastia sicuramente avevano fedeli collaboratori ed importanti riferimenti nella villa di Guspini, lo si può dedurre anche dal fatto che a sedare le controversie innescate fra guspinesi e arburesi per Funtanazza, ma anche per Pardu Atzei, in mano a gonnesi, interveniva il regidore di turno (i reggenti del feudatario), che per disposizione regia era obbligato a stare sei mesi nella Baronia. Uno dei tanti Don Baldassarre Carroz, “Regidore de l'Estado de Quirra”, probabilmente seguì le controversie stando a Guspini, a cavallo del 1600 e 1700, dove morì e fu sepolto nel duomo di San Nicolò, come ci ricorda mons. Severino Tomasi nella sua opera “Memoria del passato”.
Guspini detiene nel suo archivio storico un fascicolo composto da numerosi manoscritti, prodotti tra il 1630 e 1809, dove si parla di visite ispettive, divisioni, cessioni territoriali tra Guspini e Arbus (Parremosu, Funtana de Aza, Cilirus), con interventi del Ministro di Giustizia per evitare risentimenti e cattiva volontà “resentimientos y malas voluntades”. Eventi che ricostruiscono una parte dell'ultimo periodo dell'infeudazione prima dell'abolizione e il decreto regio del 4 gennaio del 1848, che pose fine alla lunga diatriba, con la cessione definitiva dei terreni di Funtanazza in cambio delle aree di Roiacani, Zappajoni, Sciria e Croccorigas.
Questa lunga controversia, che è durata non meno di 200 anni, sicuramente aveva destato l'immaginario collettivo, tanto che alcuni banalizzano la lunga vicenda con la storia della spartizione dei terreni giocati a carte dagli arburesi e guspinesi. Mentre più verosimile, anche se forse arricchita dalla fantasia, come è sempre stato per spiegare fenomeni o storie di lotte tra pastori e contadini, si è consolidata la narrazione che attribuisce al passo di Genn'e Gruxi la drammatica vicenda dello scontro tra i sindaci di Arbus e Guspini e le rispettive scorte, che avrebbero dovuto recarsi in regione Funtanazza per delimitare l'area concessa al sindaco di Guspini dal feudatario.
I guspinesi non attesero l'arrivo dei colleghi arburesi, delimitando l'area assegnata autonomamente in fretta e furia. Al loro rientro incrociarono il sindaco di Arbus e la sua scorta nel confine di Genn'e Gruxi, ne nacque una feroce disputa nella quale venne ucciso con una fucilata il sindaco di Guspini. Questa tragica vicenda, si narra, venne ricordata con l'erezione nel passo di una croce, prima in legno e poi in ferro come ancora oggi vediamo.
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