Si era in piena estate e, nella giovinezza, il tempo libero da impegni o pensieri non faceva difetto e, così, andammo al mare per una decina di giorni. Ci accampammo alla meglio nel rudere di un fabbricato lasciato all'incuria dell'uomo e all'azione del tempo. Allora non si avevano tante pretese: un riparo per la notte e un fornellino per cucinare; il resto era solo lunghe nuotate, salsedine e il dolce far nulla sull’arenile, tanto che la noia cominciava a stuzzicare il genio birichino per qualcosa di più vivace.
Osservavo il mare che, in quel giorno spinto dal maestrale, gettava i cavalloni schiumosi sulla battigia. Stava lì, a debita distanza dal limite dove le onde andavano a morire, un signore che, seduto sulla pieghevole, provava a leggere il giornale con acrobazie per non farselo portare via dal vento, mentre la moglie gli sedeva accanto.
Il mare è sì bello, ma pericoloso, tanto che, purtroppo, vuoi per inesperienza o incoscienza, non è tuttora raro che qualche turista non faccia ritorno a casa. La bandierina rossa del lido sbatteva al vento gagliardo come monito per gli incauti; per noi però, stanziati ben oltre la zona protetta dal segnale rosso, non aveva alcun significato.
Riconobbi il signore che bisticciava col vento per reggere il giornale: questi esercitava una nobile professione, quella di accomodare all'interno di una cassa i defunti per l'ultimo viaggio su una mesta auto nera addobbata di corone floreali. Capitò già in passato, al nostro esercente la delicata professione, di custodire sulla spiaggia qualche corpo restituito dal mare, in attesa che la Legge ne autorizzasse la rimozione.
Così decisi per una birichinata. Presi le mie pinne galleggianti, maschera e boccaglio e, passando accanto al signore, mi avvicinai alla battigia. Attesi che l'onda si ritirasse nella risacca e, non senza fatica, entrai in acqua. Nuotai verso il largo fino al punto in cui i cavalloni, passandomi sopra, non spingevano il mio corpo né verso la riva né al largo.
Il mio nuoto non osserva i canoni dell'atleta allenato in piscina secondo criteri scientifici, ma il mare è altra cosa: quel che conta è l'acquaticità, ossia una piena sintonia con l'elemento liquido. Lasciavo che il principio d'Archimede facesse quello che, per legge della fisica, fa: ossia tenere un corpo a galla senza che questo opponga resistenza alla spinta dal basso verso l'alto. Lasciavo così che le onde mi passassero sopra, mentre il boccaglio mi garantiva una respirazione regolare.
Quando l'onda mi sollevava potevo scorgere il signore che, levatosi dalla pieghevole, teneva la mano a visiera cercando con lo sguardo il mio corpo che, tra le onde, spariva e riappariva. Giocai così nell'elemento salato per mezz'ora o poco più, senza forzare il fisico, ma lasciandomi portare dal moto ondoso come su un'altalena.
Arrivò così il momento di riconquistare la spiaggia: senza forzare il fisico, attendevo l'arrivo dell'onda; quando questa sopraggiungeva alle mie spalle, spingevo con le pinne. Così, onda dopo onda, mi avvicinavo alla battigia. Giunto in prossimità del punto di approdo, sfruttando l'ultima onda e prima che la risacca potesse riportarmi indietro, uscii velocemente dall'acqua passando accanto al signore, che aveva ripreso la sua posizione sulla sedia. Aggiustandomi il pantaloncino salutai:
- Buongiorno, vicini di spiaggia.
L'impresario mi rispose con un'occhiataccia di rimprovero, mentre la moglie pareva riprendersi dalla paura apostrofandomi:
- Ma sei matto?
Non ho mai saputo se l'uomo della mesta auto nera fosse in ansia per la mia vita o se già pensasse, in cuor suo, a rifornire la cassa.
Frattanto le onde bianche di schiuma andavano frangendosi sulla battigia come a mordere la spiaggia e il mio spirito, un po' malandrino, sorrideva...
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