Case in terra cruda: specie protetta in via di estinzione


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>Nella paesaggistica è invalsa l’abitudine, sia da parte dei pittori che dei fotografi, a favorire, come soggetto, un paesaggio montano, spesso con l’immancabile laghetto, o marino o anche boschivo. Molto raramente si preferisce e si prende in considerazione la campagna nei suoi molteplici e mutevolissimi aspetti. Eppure essa, a differenza del paesaggio montano, marino o lacustre, è notevolmente più varia, ed è quella che, nell’arco di un anno, offre al nostro occhio una infinità di variazioni cromatiche. Si può senz’altro affermare che, sia nelle forme che nei colori, la campagna muta radicalmente il suo aspetto quasi ogni mese e in modo molto incisivo: i vigneti, gli ulivi, le varie messi e i fiori di campo mutano continuamente sia nelle fogge che nei colori; persino le “vecchie case campidanesi di campagna in ladrini”, in essa immerse, subiscono la stessa mutevolezza man mano che cambia il contesto che le circonda. Le case in terra cruda sono un patrimonio importantissimo, un pezzo della nostra storia che stiamo perdendo nei centri abitati e nelle campagne nonostante la tutela della normativa e le buone pratiche di alcuni gruppi di persone, che ci ricordano un passato utile per recuperare moderni concetti di bio-edilizia e di architettura tipica sarda. Anche nelle campagne esistono molti edifici costruiti in mattoni crudi ‘ladrini’. Alcuni in ottimo stato, la maggioranza distrutta. Nella parlata popolare questi edifici erano chiamati ‘furriadrosgius’. La terra di cui sono fatte queste abitazioni agrarie ha lo stesso colore del campo dove sorgono, la superficie dei muri è continua, con una bellissima grana dorata. Questa tipologia di abitazione della Sardegna, costruita con la tecnica del mattone crudo essiccato, è la stessa dei pueblo del Centro America, ma, dalla fine degli anni ’60, in molti centri dell’Isola si sta estinguendo. Storia, tecnica e cultura Per ripopolare le campagne furono costruite case, lì dove i pastori e contadini lavoravano, volute dal governo sabaudo, per avviare tentativi di riforma agraria. Nel 1938, con l’intento di spostare la residenza-permanenza dei lavoratori rurali negli agri, il governo di allora avviò politiche di esproprio dei beni della Chiesa concedendo appezzamenti ai contadini. Costoro da servi si ritrovarono improvvisamente proprietari, ma proprietari senza mezzi economici: per cui edificarono con materiali che non dovevano acquistare dalle fornaci ma potevano trovare in loco forniti dalla terra. Terra, appunto, e paglia sminuzzata, poi rami, canne, tronchi di quercia e d’olmo. Terra smossa, accumulata, bagnata e lavorata dalle zampe delle vacche che la condivano con letame, e producevano mattoni crudi 40x23x12 detti ladrini. Una fondazione poco profonda, scavata a mano, con un’attenzione estrema al terreno accuratamente preparato, alloggiava un muro in pietrame che fuoriusciva dal terreno di circa 60cm. Nelle case più conservate si ammirano i canali di drenaggio, indispensabili a impedire che le piogge le portassero via, che raccontano di una manutenzione continua, periodica, viva come le vite che le abitavano. Costruire una domu era un fatto collettivo. La costruzione, che avveniva sotto la guida di un maestro, “su mest’e muru”, era intercalata da pause necessarie a far asciugare il materiale, e più famiglie contribuivano alla manodopera necessaria, che poi si doveva contraccambiare. L’uso della terracotta era limitato al minimo indispensabile, essenzialmente ai coppi del tetto e del forno. La necessità di terra argillosa e acqua ne legava la realizzazione al luogo, e il sapere della tradizione ne definiva la forma. Questa tecnica di costruzione delle case fu rimossa da un popolo che dopo la seconda guerra si affacciava al benessere, perché di malessere ne aveva avuto abbastanza. Delle ‘domus de ladrini’, “case rurali basse, senza pavimento e senza finestre nelle quali l’umidità che trapelava dal suolo e la fermentazione della terra mista alle materie organiche delle quali erano composti i muri generava un ambiente malsano”, non si poteva pensare un gran bene. Un futuro dal passato Conoscere gli aspetti tecnici e immaginare la vita di chi le abitò tende un filo che s’intreccia su vari piani di sapere e giustifica l’aver assunto queste realizzazioni a beni culturali primari nella Legge Regionale Sarda. Per difendere queste singolari abitazioni il Parlamento nel 2003 promulgò la L. 378 allo scopo “di salvaguardare e valorizzare le tipologie di architettura rurale, quali insediamenti agricoli, edifici o fabbricati rurali, presenti sul territorio nazionale, realizzati tra il XIII e il XIX secolo e che costituiscono testimonianza dell’economia rurale tradizionale”. Ma se c’è la legge di tutela e le case continuano a scomparire, qual è il problema? Il primo è che sono fragili e hanno bisogno di cure maggiori di quelle che riserviamo alle normali abitazioni. Anche una casa in cemento armato se non è abitata si degrada. Figuriamoci una cui basta una pioggia intensa a trasformarla in fango che scorre. Il secondo è che nessuno, oggi, abiterebbe una casa del genere, priva di bagno, con muri fatti a mano e perciò storti, infissi approssimativi, pavimenti e scale di legno. E se nessuno le abita, nessuno si accorge dell’infiltrazione e, quando qualcuno se ne accorge, è troppo tardi, e anche se volesse rimediare le tecniche di ricostruzione sono quasi perdute. Il terzo, fatale, è che queste case hanno una ‘cubatura’ e quindi un valore immobiliare. Il proprietario, è vero, non può demolirle. Ma, come detto, ha un formidabile alleato nelle intemperie. Basta un po’ di pazienza e alla fine un muro verrà giù. Allora sarà facile dichiarare la casa a rischio crollo e candidarla alla demolizione. Per pubblica sicurezza. Dopo, chi potrà negare al proprietario il diritto a “cubare” in misure almeno pari (se non superiori, grazie ai piani casa) al preesistente? Ma nonostante questo, e nonostante la buona volontà degli amministratori locali, le domus sarde sembrano avere ragioni troppo deboli perché si trasformino in un futuro. Così, probabilmente, tra breve spariranno dai centri abitati e anche dalle campagne. Mauro Serra 08 fo-guspini sa Cumbissa crollata s. maria taglio 1a 08 fo-guspini sa Cumbissa crollata s. maria 08fo- Mulino Montis 16Guspini 08fo- Vecchia Domus di campagna l'ultima cumbissia di Santa Maria Mulino Montis 16Guspini Vecchia Domus di campagna

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