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>Tra cinque anni, per effetto del calo delle nascite, verranno a mancare al primo anno delle scuole primarie 1.930 alunni, con un decremento di circa il 14%. L’onda di magra che ne seguirà nell’arco dei successivi tredici anni (2018-2030) sull’intero percorso scolastico determinerà, stando agli attuali parametri, la chiusura di non meno di 430 classi e la soppressione di quasi 1000 posti del personale docente (escludendo dal calcolo la scuola dell’infanzia e i posti di sostegno), pari a un taglio degli organici del 9 per cento. Una minaccia anche per i tanti che premono per salire stabilmente in cattedra dopo una lunga trafila e per coloro che da studenti stanno puntando le loro carte sull’insegnamento.

L’inverno demografico che ormai da tempo caratterizza in particolare la Sardegna, lo spopolamento dei paesi, ma anche dei centri più grandi, è ormai evidente e comporterà grandi cambiamenti nel mondo della scuola, lanciando nuove sfide al sistema dell'istruzione nel suo complesso. Ne sono convinti i funzionari della Direzione Scolastica Regionale, che hanno realizzato una ricerca dell'Istat sulle nascite. Confrontando i nati del 2010 (5457), che cominceranno la prima elementare a settembre, con quelli del 2016 (3904), che entreranno a scuola fra cinque anni, si può facilmente concludere che, nell'arco di un solo lustro, avremo 1553 alunni in meno (-9% circa). Questo comporterà, a cascata, sia una riduzione del numero delle classi (circa 430), sia un taglio dei posti di docente (circa mille, senza contare la scuola dell'infanzia e i posti di sostegno) lungo tutto l'arco dei successivi tredici anni (dal 2018 al 2030) del percorso scolastico dei bambini nati nel 2016. Complessivamente la Direzione scolastica presieduta da Feliziani prevede un taglio degli organici fra 7-9 %.
Secondo la ricerca, l'area geografica che per valori assoluti registrerà il maggior calo di alunni sarà il Medio Campidano (meno 1430 alunni), con un decremento del 18,8%.

In Sardegna nel 2018-19 vi saranno circa 4.500 alunni in meno rispetto a oggi. «In una certa misura - si legge nel rapporto - il calo sarà contenuto dal minor numero di studenti per classe (10-15%), ma inevitabilmente determinerà una diminuzione del numero delle classi. Se verranno mantenuti gli attuali parametri per la costituzione delle classi di scuola primaria, potrebbero essere circa 450 quelle che non verranno riaperte per mancanza di alunni». Stando agli esperti, «considerato che nella scuola primaria attualmente il rapporto medio docenti/classi è di 1,5 insegnanti per classe, la chiusura di 450 classi comporterebbe un decremento di organico di circa 1000 posti». Secondo Feliziani questa nuova situazione potrà rappresentare «l'occasione per aumentare la qualità del servizio, programmando per tempo un razionale impiego delle risorse umane e strumentali ».
«La scuola sarda saprà cogliere l'opportunità che si affaccia?», si domandano i sindacati della scuola, lanciando la sfida al governo Renzi, «che punta come mai nessuno finora proprio sull'educazione come leva per rilanciare la competitività del Paese».

Un’attenta pianificazione a medio-lungo termine potrebbe portare a rafforzare radicalmente, nell’arco di 15 anni, la qualità del servizio a invarianza di spesa. Infatti i docenti in eccedenza per il calo di nascite e quindi di alunni, appositamente riqualificati, potrebbero essere impiegati in attività di orientamento, recupero, integrazione e digitalizzazione della scuola, mentre gli spazi negli edifici scolastici che si renderanno disponibili potrebbero essere utilizzati per laboratori e per una nuova disposizione delle classi secondo le esigenze della scuola digitale, oltre che per offrire nuovi servizi di educazione non formale (es. corsi di lingue, informatica, etc) e informale (esperienze legate al gioco, allo sport, ai social network, etc), anche attraverso il sub-affitto a terzi, destinando gli introiti alla manutenzione degli edifici, oggi spesso carente.
Si tratterebbe insomma di applicare l’attuale dimensionamento della scuola alla platea più ridotta rivisitando l’organizzazione e alcune logiche, con una forte attenzione agli obiettivi (più qualità e “ricchezza” nei servizi, ma anche responsabilizzazione per chi li eroga).
Analizziamo i dati e le proiezioni su nuovi nati, classi e organico elaborate dall’ufficio regionale dell’istruzione. In pieno boom economico, l’Istat registrava nel 1964 quasi un milione di nascite all’anno (esattamente 990.441). Nel rapporto annuale dell’Istat, pubblicato nei giorni scorsi, risulta che nel 2015 le nascite in Italia si sono quasi dimezzate, scendendo a 524.021. In Sardegna il fenomeno è superiore alla media nazionale di oltre il 13%, cioè si assesterà intorno a oltre il 66%. E dai primi dati ufficiosi risulta un ulteriore calo di nascite di circa 9 mila unità anche nel 2016. Di questo passo è probabile che nel 2018, a causa soprattutto del perdurare della crisi, le nascite complessive possano scendere ulteriormente, attestandosi ai valori demografici registrati prima dell’ultima guerra.
I primi effetti di questo “sboom” demografico si faranno sentire sulla scuola, a cominciare in particolare da quella dell’obbligo. Per il prossimo anno scolastico, quando nella primaria siederanno sui banchi in prima i nati nel 2010, l’onda di magra non sarà la peggiore poiché negli anni successivi tutto sarà in discesa con contraccolpi sul numero delle classi e degli insegnanti da utilizzare. Ma le variazioni demografiche avranno andamenti diversi: saranno più accentuate, ad esempio, nelle regioni del centro dell’Isola.
Come far fronte a questo trend di sensibile decremento del numero di alunni, cogliendo l’occasione per aumentare la qualità del servizio? Le amministrazioni interessate potrebbero prepararsi programmando per tempo un razionale impiego delle risorse umane e strumentali derivanti dal calo. In particolare l’amministrazione scolastica potrebbe istituire un organico funzionale d’istituto da utilizzare per attività di arricchimento dell’offerta formativa, mentre le amministrazioni comunali, proprietarie degli edifici scolastici, potrebbero adattare le aule vuote per laboratori e per nuovi servizi formativi extrascolastici, destinando gli introiti alla manutenzione degli edifici.
La scuola sarda saprà cogliere l’opportunità che si affaccia guardando lontano, o nel 2030 ci ritroveremo una scuola uguale a quella di oggi nelle logiche di funzionamento e falcidiata negli organici?
Mauro Serra© Riproduzione riservata