Don Alberto Pala[/caption]
Vivere a Castello vuol dire confrontarsi ogni giorno con delle difficoltà che in altre parti della città non ci sono, innanzitutto la viabilità: se non si è automuniti infatti i punti di accesso al quartiere sono gli ascensori di via Regina Elena che per svariati motivi non sempre hanno garantito un funzionamento costante. Ascensori privi di un servizio di vigilanza che ne favorirebbe l’utilizzo anche nelle ore notturne. Manca la stazione dei Carabinieri, non c’è l’ufficio postale e neppure un bancomat; l’edicola più vicina è in viale Buon Cammino. Queste sono state probabilmente alcune delle cause che hanno provocato lo spopolamento del quartiere, i cui residenti dai 15.000 degli anni ’60 si sono ridotti ai circa 1630 attuali. Vivere a Castello significa quindi amare il proprio quartiere, meta obbligata dai turisti sia per il panorama che si gode di tutta la città, sia per la presenza di importanti monumenti come la cattedrale, sempre aperta, le torri di San Pancrazio e dell’Elefante di periodo Medievale, il Bastione di Saint Remy e di tanti altri siti di importanza architettonica ma non solo. Questa passione per Castello e per la sua Cattedrale è testimoniata dalla partecipazione alla vita parrocchiale dove a fronte di numeri ridotti dei residenti vengono date ben 5 messe festive, Sembrerebbe apparentemente un numero esagerato, giustificato però non solo dai molti turisti ma anche dai vecchi castellani che si sono trasferiti in altre parti della città; dalle coppie che vengono qui per sposarsi e poi ritornarci, e da chi più semplicemente ama la cattedrale e quest’angolo di Cagliari.
Durante la sue esperienza Don Alberto ha avuto modo di conoscere gli ultimi 3 vescovi della città di Cagliari: Monsignor Ottorino Pietro Alberti, Monsignor Giuseppe Mani e Monsignor Arrigo Miglio.
A differenza degli altri due Monsignor Alberti è sardo, quindi sa come confrontarsi con la popolazione sarda; non solo, ma avendo guidato la diocesi per 16 anni aveva una grande esperienza pastorale e del territorio, una grande capacità ad instaurare i rapporti con le persone e soprattutto a saper ascoltare. Monsignor Mani non era sardo, ha quindi dovuto imparare a confrontarsi con la realtà sarda e conoscerla. In questo è stato agevolato dalla sua precedente esperienza come Arcivescovo Ordinario Militare che gli ha permesso di entrare in contatto con i giovani e sapersi rapportare con loro
Monsignor Arrigo Miglio, anche lui non è sardo ma avendo avuto la sua ordinazione come Vescovo in Sardegna ha avuto modo di conoscere per tempo la nostra realtà e venire incontro alle sue aspettative.
“Tre figure molto diverse tra loro, ma che tutte hanno saputo farsi operare per il loro operato”.
Come conclusione del racconto si può portare la testimonianza di una anziana castellana che riceveva l’eucarestia a casa perché impossibilitata a recarsi in chiesa: la tipologia delle abitazione è caratterizzata da uno sviluppo verticale, contraddistinto quindi da gradini ripidi; ogni qualvolta Don Alberto si presentava a casa sua per il Sacramento lo ringraziava sempre allo stesso modo, “Deus ti paghet is passus”, a testimonianza dell’attaccamento della comunità alla Cattedrale e ai suoi rappresentanti.
Antonio Obinu
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