Gonnosfanadiga: "Io e Te Insieme", 25 anni di volontariato


Il convegno ha ripercorso un quarto di secolo di impegno, mettendo al centro persone, comunità e le sfide future dell'inclusione.
"Io e Te Insieme", 25 anni di impegno a Gonnosfanadiga: il valore di una comunità costruita giorno dopo giorno

Sono venticinque anni, un numero che potrebbe sembrare soltanto una ricorrenza, una tappa da celebrare con una cerimonia, qualche fotografia ricordo e una stretta di mano. In realtà, entrando nella sede dell'associazione "Io e Te Insieme" di Gonnosfanadiga nel giorno del convegno dedicato a "Volontariato e Disabilità, Opportunità e Prospettive", tenutosi il 26 giugno scorso, si comprende subito che questi venticinque anni rappresentano molto di più. Un sogno nato quasi in sordina diventato una realtà capace di incidere nella vita delle persone, modificare il volto di una comunità e costruire una cultura diversa della disabilità. Una storia che non è fatta soltanto di date e anniversari, ma di persone che hanno scelto di credere che un'idea potesse diventare qualcosa di concreto.

L'impressione che accompagna l'intera mattinata è quella di trovarsi in un luogo dove il tempo non è stato misurato in anniversari, ma in relazioni. Ogni parete racconta un pezzo di storia, ogni laboratorio custodisce il lavoro paziente di chi, giorno dopo giorno, ha trasformato un edificio in una casa. Uno spazio in cui ciascuno trova il proprio posto, le proprie capacità e la possibilità di sentirsi protagonista. È lo stesso spirito che il presidente dell'associazione, Sisinnio Zanda, ha richiamato più volte parlando di un percorso costruito senza protagonismi individuali, ma grazie ad una sensibilità condivisa che negli anni ha coinvolto volontari, amministratori, tecnici e semplici cittadini.

È probabilmente questo il messaggio più forte emerso dall'incontro. La disabilità non è stata raccontata come un limite da compensare né come una condizione da assistere. È stata presentata, invece, come una parte della vita che interpella l'intera società, chiedendo ad ognuno di assumersi una responsabilità. Perché una comunità non si misura dalla perfezione delle proprie infrastrutture o dalla ricchezza economica, ma dalla capacità di non lasciare indietro nessuno. Un concetto richiamato anche dalla responsabile del PLUS, Luisa Angela Pittau, quando ha ricordato che «il problema della disabilità non è una questione individuale, riguarda la collettività», una responsabilità che appartiene a tutti e che nessuna istituzione può affrontare da sola.

L'atmosfera della giornata è stata particolare. Non quella spesso prevedibile dei convegni, incontri in cui si affronta un tema, momenti istituzionali fatti di interventi distanti dalla realtà quotidiana. Al contrario, fin dai primi minuti si è respirato un clima di famiglia, in cui ognuno porta un pezzo della propria esperienza e lo mette a disposizione degli altri. Le istituzioni erano presenti, così come il mondo del volontariato, gli operatori sociali, le famiglie, gli amici dell'associazione e tanti cittadini. Ma le differenze di ruolo sembravano quasi annullarsi davanti ad un obiettivo comune: parlare di persone. Lo ha sottolineato anche il vicedirettore del Centro Servizi per il Volontariato Sardegna, Alessio Mandis, spiegando che esperienze come quella di "Io e Te Insieme" dimostrano quanto «le comunità sono vive, anche quelle piccole», quando esiste qualcuno disposto a mettersi al servizio degli altri.

In fondo è questo il filo conduttore che ha attraversato l'intera mattinata. Dietro ogni progetto, ogni laboratorio, ogni servizio, ci sono sempre persone. Persone che chiedono di vivere una vita piena, normale, ricca di occasioni, di relazioni e di esperienze. Una normalità che, troppo spesso, viene data per scontata da chi non ha mai dovuto lottare per conquistarla. Non è un caso che molti interventi abbiano evitato volutamente di soffermarsi sugli aspetti tecnici per riportare continuamente l'attenzione sulla dimensione umana, sulla qualità della vita e sul valore delle relazioni.

La storia dell'associazione racconta esattamente questo percorso. All'inizio c'era poco o nulla: un gruppo di volontari, qualche famiglia e un'idea considerata da molti troppo ambiziosa. C'era da recuperare un edificio, renderlo agibile, immaginare servizi che ancora non esistevano. Servivano mani, competenze, entusiasmo e soprattutto fiducia. Il sindaco Andrea Floris ha ricordato proprio quei primi anni, quando l'associazione ricevette una parte dei locali dell'ex scuola materna e soci e volontari si misero personalmente al lavoro per renderli utilizzabili. «Abbiamo rifatto i bagni, l'impianto elettrico, abbiamo sistemato tutto», ha ricordato, sottolineando come l'entusiasmo fosse spesso più grande dei mezzi a disposizione. Quella fiducia iniziale, nata quasi come una scommessa, è cresciuta lentamente, coinvolgendo amministrazioni comunali, enti pubblici, volontari, tecnici e cittadini che hanno creduto nel progetto quando ancora sembrava soltanto una speranza.

La sede stessa diventa il simbolo più concreto di questa storia. Ogni intervento di ristrutturazione racconta un pezzo di volontariato. Impianti realizzati grazie alla disponibilità di chi ha messo gratuitamente il proprio mestiere al servizio degli altri, lavori eseguiti insieme ai soci, raccolte fondi, finanziamenti conquistati con sacrificio, progetti europei, contributi regionali. Nulla è arrivato per caso. Ogni risultato è stato costruito lentamente, mattone dopo mattone, come accade nelle opere destinate a durare. E lo sguardo è già rivolto al futuro, al completamento di una struttura pensata anche per il "Dopo di noi", affinché possa diventare sempre più un ambiente familiare, nel quale i ragazzi possano sentirsi davvero a casa.

Ma ciò che colpisce maggiormente è che nessuno sembra rivendicare quei risultati come un successo personale. Ogni traguardo viene raccontato come il frutto di una responsabilità condivisa. È una parola che ritorna continuamente, anche senza essere pronunciata esplicitamente: insieme. Non è soltanto il nome dell'associazione. È il metodo con cui questi venticinque anni sono stati vissuti. Lo stesso Alessio Mandis ha individuato proprio in questo l'aspetto più prezioso dell'esperienza di Gonnosfanadiga, spiegando che oggi occorre compiere un passo ulteriore: passare dall'idea di inclusione a quella di appartenenza. «Inclusione significa portare qualcuno dentro qualcosa che esiste già; appartenenza significa essere parte attiva nella costruzione di quella realtà». Una riflessione che sintetizza perfettamente lo spirito dell'associazione.

Il volontariato, in questa prospettiva, perde ogni carattere assistenzialistico. Non è qualcuno che aiuta qualcun altro dall'alto verso il basso. È una comunità che cresce mentre costruisce opportunità. Cambia completamente il punto di vista. Non si tratta più di fare qualcosa per le persone con disabilità, ma di fare qualcosa con loro.

La differenza può sembrare sottile, ma è sostanziale

Ogni laboratorio organizzato dall'associazione nasce da questo principio. La ceramica, la musica, il teatro, la pittura, le attività manuali non rappresentano semplicemente occasioni per occupare il tempo libero. Diventano strumenti attraverso cui ciascuno scopre capacità spesso rimaste nascoste, acquisisce sicurezza, costruisce relazioni, sperimenta emozioni e restituisce qualcosa agli altri. Come ha ricordato la coordinatrice Maria Rita Usai, il valore più grande sta proprio nella continuità delle attività, perché è l'ordinarietà della vita quotidiana a permettere alle persone di sviluppare autonomie, coltivare talenti e vedere riconosciute le proprie potenzialità.

L'autonomia, infatti, non coincide con il fare tutto da soli. Significa poter scegliere, partecipare, esprimere desideri, sentirsi utili. Significa poter uscire di casa sapendo che esiste un luogo dove qualcuno aspetta il proprio contributo. Lo ha raccontato con particolare emozione anche Manuela Mandas, madre di uno dei ragazzi dell'associazione e socia dell’Associazione “Io e Te Insieme”, spiegando che il momento più bello della giornata è vedere il proprio figlio tornare a casa «stanco morto», perché quella stanchezza è il segno di una giornata vissuta pienamente, fatta di impegno, relazioni e soddisfazione.

Durante il convegno è emersa con forza anche un'altra riflessione. Per molti anni il dibattito sulla disabilità si è concentrato soprattutto sull'inclusione. Oggi, invece, si avverte la necessità di fare un passo ulteriore. Non basta più essere accolti in una realtà costruita da altri. Occorre diventarne parte attiva.

È una differenza culturale enorme

Essere inclusi significa entrare in uno spazio già definito. Sentirsi parte di una comunità significa invece contribuire a costruirla. E osservando il lavoro dell'associazione, questa differenza appare evidente. I ragazzi non partecipano semplicemente alle attività: le realizzano. Preparano spettacoli, producono manufatti, organizzano iniziative, collaborano con volontari e operatori, diventano essi stessi protagonisti di ciò che accade.

Questa visione modifica anche il modo di guardare la comunità locale. Gonnosfanadiga non è soltanto il paese che ospita una struttura dedicata alla disabilità. Diventa il territorio dentro il quale quella struttura vive, cresce e dialoga quotidianamente con scuole, associazioni, amministrazioni e cittadini. Come ha osservato il presidente del Consiglio regionale, Piero Comandini, esperienze come questa dimostrano che il valore del volontariato nasce soprattutto nei piccoli centri, dove le difficoltà sono maggiori ma dove il senso di comunità riesce ancora a trasformarsi in una forza concreta.

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