Gonnosfanadiga, Manuela Mandas, educatrice professionale sanitaria: “la sofferenza spesso crea solitudine e senso di abbandono”


di Giovanni Angelo Pinna
Manuela Mandas accoglie con un sorriso che sembra portare con sé il peso e, allo stesso tempo, la bellezza del suo lungo percorso. A Gonnosfanadiga, dove vive dopo essersi trasferita dal suo paese natale, in cui è cresciuta, Uta, e dove affondano le sue radici più profonde. La sua storia personale e professionale si intreccia in un cammino fatto di studio, dedizione e una visione dell’essere umano che attraversa fragilità, disabilità e risorse piene di speranza. Si è appena laureata in Educazione Professionale Sanitaria, il 14 novembre scorso, presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Cagliari, dopo una precedente formazione giuridica che le aveva già fornito un primo sguardo critico sul mondo. Oggi, con una seconda laurea conseguita con lode e menzione d’onore, racconta come tutto ciò fino a oggi abbia trasformato la sua vita e il suo modo di vedere le persone. Lei ha conseguito una nuova laurea con risultati straordinari. Cosa rappresenta questo traguardo? «Rappresenta crescita, evoluzione e scoperta di aspetti della mia personalità che non sapevo esistessero. Rappresenta una bellissima sfida personale a operare in un mondo che spesso viene visto come parallelo ad una società performante, fatta spesso di apparenza ed esteriorità, meno ricco in termini di opportunità e per questo stigmatizzato. Rappresenta anche un riconoscimento del mio grande impegno in questi tre anni». Quali sono stati i momenti più complessi durante il suo percorso? «Dal punto di vista dell’impegno impiegato, non ho avuto periodi “duri” poiché è stato un percorso che ho scelto e affrontato con passione e responsabilità. La difficoltà è stata quella di riorganizzarmi la vita privata con l’impegno universitario in quanto ho dovuto rivoluzionare l’equilibrio familiare. Ho un figlio tredicenne con pluridisabilità e spesso è stato difficoltoso cercare di non far mancare nulla a lui in termini di impegno, tempo e affetto. Ho cercato di dare il mio meglio su tutti i fronti» In diverse occasioni ha parlato di suo figlio Gabriele come di una svolta. In che senso? «Come dico sempre, quando è nato Gabriele non è stato semplice per i primi due, tre anni. Mi chiedevo spesso che senso avesse la disabilità con ciò che comporta e mi rispondevo che il senso di mio figlio in questa vita doveva pur avere un significato che andasse anche al di là dell’amore, delle coccole, dell’impegno e anche dei momenti di sofferenza, intorno a lui. Ho capito, scegliendo questo percorso, che il senso sta nell’avermi resa strumento per chi in questa società spesso non ha voce, è solo ed è pertanto invisibile agli occhi dei più». Nel suo percorso si è interrogata più volte sulla sofferenza. Che risposta ha trovato? «La sofferenza spesso crea solitudine e senso di abbandono. È complicato per me dare una risposta a questa domanda. Posso di certo dire che le professioni di aiuto come quella che ho scelto per me: l’Educatore Professionale può alleviare la percezione della sofferenza nelle persone attraverso la relazione terapeutica, interventi personalizzati e l’attenzione verso la vita della persona: questa combinazione è molto spesso determinante nel cambiamento in positivo del progetto di vita e può ridare dignità, voglia di sperimentarsi ancora in nuove esperienze e può soprattutto restituire voglia e desiderio di vivere. Questo percorso riabilitativo e di cambiamento risulta nel tempo gratificante per l’interessato e per l’operatore e quel senso di solitudine, sofferenza e abbandono possono lasciare il passo alla ripresa della propria vita e alla consapevolezza del “ce la farò”. Posso dire che il senso è quindi la trasformazione dal pensare che la vita sia la malattia al considerare che nonostante la malattia si può riprendere a vivere pienamente la propria vita». Quanto contano empatia, amore e dolcezza quando si lavora con persone fragili? «Sono fondamentali. L’alleanza terapeutica si basa sull’empatia, sull’ascolto, sull’amore e la passione che l’educatore mette nella professione. Ma è una considerazione che vale su tutti e due i fronti perché anche l’Educatore si nutre della fiducia, della dolcezza e dell’amore che arriva dalle persone che affianca nei percorsi riabilitativi». Secondo lei, cosa permette davvero di superare stigma e isolamento? «La presenza delle persone significative nella vita della persona. Sono le persone che vedono…le altre persone, che le aiutano a non sentirsi sole, che danno loro amore, amicizia e credono in loro. Le persone che non vedono differenze tra sé stessi e gli altri. Un esempio concreto è stato la presenza di mio figlio alla discussione della mia tesi di laurea. Inizialmente il suo ingresso nella sala congressi è stato accolto da reazioni come vociare generale, stupore ma questo ha ben presto lasciato spazio alla tenerezza, all’ammirazione verso un ragazzino che durante tutta la cerimonia non faceva altro che chiamare a gran voce la sua mamma. In quei momenti ho sentito che tutte le barriere, lo stigma intorno a lui, cadevano per lasciare spazio alle emozioni positive e al “siamo tutti insieme qui per lo stesso motivo”, senza differenze di nessun genere». Nel raccontarsi emerge la sensazione di sentirsi “a casa” con le persone che ha incontrato in questo percorso. «Si. L’ho imparato in questi tredici anni con Gabriele. Ho capito che in tutte le difficoltà che le persone posso avere, dalle più lievi alle più complesse; i limiti li poniamo noi che ci riteniamo “normali”, dall’altra parte c’è spesso una sconfinata voglia di fare, di sperimentarsi e di vivere, difficile da quantificare. Ecco, quando affianco le persone nei loro percorsi vedo tutto questo e trovo molta facilità nel sentirmi a mio agio perché è naturale per me “vedere” la persona, non vedo la malattia…vedo il potenziale individuale indipendentemente da quale o quanto esso sia. Per me è naturale svolgere la professione con il sorriso e noto che in questo tipo di approccio i feedback principali sono la serenità che mi arriva dall’altra parte, la fiducia e la voglia di collaborare». Quale ruolo hanno avuto la sua famiglia e in particolare suo padre? «Mio padre è stato il motore della mia vita, il mio punto di riferimento, la base da cui partire, sempre. Mi ha sempre incoraggiata a migliorare, a crescere, ad avere un occhio vigile e critico verso il mondo ma soprattutto a non sentirmi mai ad un livello sopra nessuno; a relazionarmi con le persone in maniera rispettosa. Nei momenti più complicati mi ha sempre spronata a combattere e a guardare sempre all’obiettivo con determinazione. Mi ha insegnato a non arrendermi mai ed è questo uno degli aspetti che porto nella mia professione». C’è un episodio, tra i tanti, in cui creatività e positività hanno cambiato l’esito di un intervento educativo? «Ce ne sono stati diversi. Una volta, a esempio, un utente aveva molta difficoltà ad approcciarsi e ad accettare una determinata attività perché questa toccava aspetti molto dolorosi della sua vita personale. L’ho ascoltato senza mai fare un passo verso ciò di cui non si poteva parlare in quel momento, ho pensato a un modo alternativo di portare avanti l’attività che non fosse troppo pesante per lui. L’ho affiancato, accogliendo tutti i suoi momenti positivi, negativi, di angoscia e curiosità; fino a quando è riuscito in autonomia a portare avanti quegli incontri. È stato un processo graduale ma molto positivo nei risultati. Un’altra volta un bimbo che non si fidava, di nessuno. Ho impiegato quasi due mesi ad entrare in relazione empatica con lui. Qualsiasi cosa gli proponessi veniva sistematicamente rifiutata. Avevo poi adottato la strategia di aspettare, in silenzio giocando da sola ad attività che sapevo lui adorava o leggendo a voce alta dei libri a cui lui era interessato. Nei primi tempi non avevo avuto risultati ma questi sono progressivamente arrivati col tempo. È stato uno dei traguardi più importanti del mio percorso». Nella sua tesi ha approfondito il tema degli interventi precoci. Qual è, secondo lei, il ruolo dell’Educatore Professionale? «L’Educatore Professionale ha il compito di lavorare in sinergia con l’equipe multidisciplinare in modo tempestivo e precoce nella fase di esordio psicotico e nella popolazione ad alto rischio di psicosi. Questo è uno dei temi più importanti della mia tesi ma può essere esteso a tutti gli interventi riabilitativi. L’educatore traduce nella pratica il progetto riabilitativo garantendo continuità, umanità ed equità e orientando sempre il suo intervento alla vita della persona. Ha inoltre il dovere di riconoscere anche fosse un solo punto di forza e su questo agire per tirare fuori il meglio dall’individuo, tenendo sempre presente i suoi desideri, le sue capacità e il suo progetto di vita. Ma ciò che sta alla base di tutto il lavoro è la relazione di fiducia che si instaura con la persona e che è il terreno fertile per intervenire in maniera tempestiva ed efficace». Infine, quale messaggio desidera lasciare a chi affronta difficoltà e a chi sogna una laurea, magari nelle professioni sanitarie «A chi sta affrontando difficoltà, a qualsiasi livello, dico che è di fondamentale chiedere aiuto alla rete familiare e alle persone che hanno significato nella vita. Qualora questo non fosse sufficiente, è importante riferirsi a figure professionali adeguatamente formate per dare supporto su più livelli. Aggiungo che questo va fatto in modo tempestivo in modo da avere esiti migliori e addirittura positivi e in modo che le difficoltà non transitino verso problemi più complessi. Ai giovani che puntano alla laurea in particolare in una delle professioni sanitarie che prevedono, aiuto, relazione umana ed empatia; dico di essere ben consapevoli del fatto che nella professione avranno la responsabilità di operare con vite spesso fragili e questo richiede una adeguata preparazione accademica ma anche un’ottima predisposizione personale alla relazione umana»

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