Diverse e scomposte sono state le reazioni alle osservazioni che avevamo sollevato sulle elezioni comunali di Guspini. Rumorose, hanno provato ad alzare i toni, arrivando finanche a scomodare la Bolognina e il centralismo democratico (sigh!) pur di evitare di entrare nel merito delle questioni che avevamo posto parlando di Guspini al bivio. Poche voci stonate, molta confusione e nessuna argomentazione sul merito delle obiezioni avanzate. La difesa delle appartenenze e delle posizioni acquisite ha prevalso sulla volontà di avviare una discussione limpida e franca sul futuro amministrativo e politico di Guspini. In politica, certo, ognuno guarda la realtà da un punto di vista; ma avere un punto di vista non significa rinunciare ai fatti. E i fatti, al netto delle reazioni infastidite, restano: Impari ha individuato il suo candidato sindaco in un esponente di un partito del centrodestra; il Partito Democratico continua a insistere sulla ricandidatura del sindaco uscente; l’Alleanza per la Sinistra Guspinese ha avanzato una proposta alternativa di cambiamento. Il confronto nel campo del centrosinistra, anziché svilupparsi in modo aperto su programma, bilancio amministrativo, rinnovamento e forma della coalizione, si è a lungo avvitato intorno a una candidatura data dal Partito Democratico come sostanzialmente prioritaria e irrinunciabile.
Si dice che la ricandidatura del sindaco uscente sia maturata dentro le procedure statutarie del partito, con il coinvolgimento degli iscritti (che l’hanno sottoscritta in 24, su un totale di 46). Ma il problema non è mai stato, né poteva essere, la legittimità interna di una decisione assunta dal PD al proprio interno, né il rispetto del formalismo interno a quel partito – altro che centralismo democratico, mi verrebbe da dire. Il punto è un altro: una coalizione non coincide con un partito. Ciò che può essere formalmente corretto per l’uno non diventa automaticamente vincolante per gli alleati. Ed è precisamente qui che si è aperta la frattura: nel momento in cui una scelta interna è stata di fatto proposta all’intera coalizione come il perimetro obbligato del confronto.
È legittimo, peraltro, chiedersi perché, se la proposta si fondava realmente sui criteri della competenza, della continuità e del rinnovamento, non sia stata valutata una rosa di nomi più ampia, comprendente almeno l’attuale vicesindaco, figura che avrebbe potuto coniugare l’esigenza di rinnovamento con la necessaria continuità amministrativa e con il patrimonio di competenze già maturato. La correttezza procedurale quando non produce una sintesi larga, non costruisce convergenza, non favorisce un terreno comune, lascia il problema politico intatto. Anzi, lo aggrava. Al di là dei formalismi e dei meccanismi interni a un partito, mancano le argomentazioni politiche, o, quantomeno, sono molto deboli. A punto tale da spingere una parte del PD a chiedere un passo indietro rispetto a questa proposta. Perché nelle coalizioni, specialmente a livello comunale, non basta il richiamo alle regole di partito: servono autorevolezza, capacità di ascolto, disponibilità alla verifica reciproca, volontà di costruire insieme una proposta credibile per la cittadinanza.

Occorre tornare alla Politica, come avevamo sottolineato più volte. Alle idee e ai programmi. A Guspini sono tante le questioni aperte che aspettano una risposta: a fronte di una crisi demografica ed economica generale, rimangono sul campo questioni cruciali per il Comune: il piano urbanistico, il centro storico, la gestione e la valorizzazione del patrimonio archeologico e di quello archeologico-minerario, la gestione dei beni culturali, quella dei servizi sociali - su cui grava la crisi del sistema sanitario regionale, con una carenza di personale medico e di medici di famiglia, in particolare, che si fa sempre più preoccupante e drammatica; o questioni importanti come le difficoltà del settore zootecnico, del mondo dell’agricoltura, le esigenze della piccola impresa guspinese e delle attività situate nella zona industriale, o ancora le difficoltà delle attività commerciali del centro urbano. Se il confronto si è ridotto ai nomi, allora bisogna chiedersi perché e di chi sia la responsabilità politica. È il segno di una difficoltà reale da parte del Partito Democratico nella funzione di guida del centrosinistra. Se forze che hanno governato insieme per anni oggi divergono, non basta parlare di “rancori” o “personalismi” per dare una facile giustificazione ai propri limiti e incapacità: più realisticamente, siamo di fronte al logoramento di un equilibrio politico che a lungo ha retto, ma che oggi non basta più a rappresentare il bisogno di cambiamento che cresce a Guspini. Anche il richiamo alla compattezza della giunta e della maggioranza negli ultimi dieci anni va guardato senza enfasi. Che la coalizione abbia lavorato insieme è naturale: ha amministrato il Comune. Ma proprio per questo è legittimo interrogarsi sui limiti dell’esperienza compiuta, sul consenso che conserva e sulla capacità della sua proposta di parlare ancora al paese. Dopo dieci anni, la continuità non può essere assunta come un valore autosufficiente. Va motivata politicamente. Va difesa con un bilancio convincente e con una prospettiva capace di parlare anche a chi avverte l’esigenza di una discontinuità. Per questo la proposta politica e amministrativa per Guspini, insieme con la scelta del candidato sindaco, non può essere affrontata in termini puramente difensivi o notarili. Non basta affermare la legittimità formale di una proposta. Bisogna chiedersi se sia anche la più utile, la più credibile, la più capace di unire. Bisogna misurarla alla luce del quadro politico complessivo, delle contraddizioni emerse negli ultimi anni, dei rapporti interni al centrosinistra e del sentimento diffuso nel paese. Ed è proprio su questo terreno che, finora, il PD ha mostrato più rigidità che apertura.
Anche la proposta delle primarie arriva ormai tardiva. È evidente che per riaprire il tavolo sarebbe stato necessario un azzeramento della situazione. Le primarie non possono essere evocate come formula astratta o come argomento tattico utile a scaricare sull’altro la responsabilità dell’impasse. Per essere credibili, devono poggiare su regole condivise, tempi certi, lealtà reciproca, riconoscimento pieno della pari dignità delle candidature e, soprattutto, su un’intesa politica preliminare sui contenuti essenziali del progetto amministrativo. Senza queste condizioni, anche il richiamo alle primarie rischia di restare un passaggio retorico. Resta infine un ultimo, decisivo, punto. Si continua troppo spesso a parlare dei protagonisti politici, e troppo poco di Guspini. Del lavoro che manca, delle difficoltà sociali, dei giovani che faticano a trovare spazi, del declino demografico, della qualità dei servizi, della tenuta del tessuto associativo, delle politiche culturali, del centro storico, delle opportunità di sviluppo e della capacità del Comune di costruire una visione per i prossimi anni. È su questo che una coalizione dovrebbe misurarsi. È su questo che i cittadini giudicheranno, molto più che sulle schermaglie tra gruppi dirigenti. Perciò il punto non è stabilire chi abbia il monopolio della legittimità o chi possa rivendicare più coerenza autobiografica degli altri.
Il punto è capire chi, oggi, sia davvero in grado di proporre a Guspini una guida politica larga, credibile, rinnovata e all’altezza della sfida del futuro. Occorre decidere se ci si vuole consumare in una contesa identitaria tra appartenenze e risentimenti, o se si intende finalmente aprire una discussione vera su programma, classe dirigente, metodo democratico e futuro della comunità. Tutto il resto - comprese le polemiche dai toni alti e scomposti - è soltanto rumore. E Guspini, oggi, ha bisogno di politica, di idee e di una visione per il futuro. Non di rumore.
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