Guspini, i giovani e la necessità di tornare alla politica


La novità che può cambiare il quadro per le prossime elezioni comunali

 di Walter Tocco
  C’è un fatto che, più di ogni altra cosa, sta ridisegnando il quadro politico guspinese: la presenza di un gruppo di giovani che ha scelto di organizzarsi, di costruire una piattaforma politica di sinistra, di partire dalle risorse reali - le forze disponibili, le competenze, le energie - e di allargarsi fino a coinvolgere sempre più persone. È qui che sta la novità: non una sigla in più, ma un metodo diverso, un tentativo di tornare a fare politica come ascolto, come presenza, come costruzione collettiva. Questi giovani hanno provato, prima di tutto, a mettersi in relazione con la comunità. Lo hanno fatto mettendoci la faccia, presentandosi ai guspinesi e predisponendosi al loro ascolto, attraverso un sondaggio, che qualcuno, maldestramente a dire il vero, ha provato a mortificare sollevando questioni, di natura meramente statistica e procedurale, sulla rappresentatività. Si badi bene, si tratta di critiche legittime sul piano tecnico: un sondaggio online e aperto, diffuso sui social, non può garantire quella forma di rappresentatività perfetta; in statistica si parla, però, di autoselezione: risponde chi ha voglia, tempo, interesse o un’opinione più forte. Questo sondaggio offre un’indicazione significativa, ma non va trattato come un referendum né come una fotografia scientifica perfetta dell’intera popolazione. Serve invece a capire quali temi emergono tra chi ha partecipato e come si distribuiscono sensibilità e priorità in una parte attiva della comunità. Fermarsi al solo rilievo tecnico e statistico, significa perdere la sostanza delle cose, e non cogliere la questione politica sollevata da una iniziativa di questo genere. E la Politica, è proprio quello che queste ragazze e ragazzi stanno provando a riportare al centro delle prossime elezioni comunali di Guspini. Se guardiamo, infatti, al piano politico, emerge un elemento preoccupante che dovrebbe mettere tutti d’accordo: la crescita dell’astensionismo. Nel giro di circa vent’anni si è passati da una partecipazione alle comunali attorno al 75% a percentuali molto più basse (nelle ultime comunali si parla del 46%). Al di là delle cifre puntuali, il dato è chiaro: una parte crescente dei guspinesi non vota più. E questa non è una variabile neutra. Se a questo si affianca la crescita della destra - con Fratelli d’Italia arrivata, alle ultime regionali, allo stesso numero di voti del Partito Democratico - diventa evidente che il problema non è solo chi vince, ma chi non partecipa. E tra chi si astiene, spesso, c’è proprio quell’area che storicamente si riconosce nel centrosinistra: persone deluse, sfiduciate, stanche, il cui malessere rimane inascoltato dalla politica locale. Ecco perché il tentativo di mettersi in ascolto - anche con strumenti imperfetti - non deve essere mortificato: è una risposta, parziale ma concreta, a una crisi democratica locale. L’iniziativa di questi giovani accende un faro: segnala che esiste una domanda di partecipazione e che c’è spazio per riaprire un dialogo che negli anni si è allentato. Il secondo livello della riflessione riguarda i contenuti. Al di là dei nomi, c’è una domanda programmatica che molti avvertono: cosa va migliorato nell’azione amministrativa? I temi sono noti e, proprio perché noti, chiedono un salto di qualità. Soltanto per citarne alcuni. Il Piano Urbanistico comunale e il governo del territorio. Le scelte urbanistiche incidono per decenni. La questione delle lottizzazioni delle aree Scanu - ormai acquisita - richiama un tema centrale: ha senso estendere ancora il tessuto urbano, con costi e impatti futuri, senza un confronto profondo sulle alternative e sulle priorità? In altri comuni sardi, come Sestu e Assemini, dove si è dovuto affrontare la stessa questione si sono visti percorsi diversi; questo per ricordare che esistono opzioni, e che le opzioni vanno discusse. O, ancora, temi come il recupero del centro storico, i servizi, la vivibilità, la manutenzione: sono temi che determinano il senso di appartenenza e la percezione stessa della cittadina. Protezione civile e gestione del territorio: le criticità emerse sul fronte della prevenzione e della gestione del rischio non possono essere trattate come episodi: richiedono struttura, coordinamento, investimenti, cultura della prevenzione. Le questioni relative al patrimonio di archeologia mineraria e allo sviluppo; non si tratta solo memoria: è identità, turismo, economia, formazione. Ma per incidere servono capacità ed energie più estese a iniziare dai rapporti con gli enti sovracomunali e con le strutture del Parco Geominerario Storico e Ambientale della Sardegna, serve progettazione, serve continuità. Agricoltura e mondo agropastorale: un territorio che non sostiene chi produce, chi custodisce, chi lavora la terra, si impoverisce anche socialmente. Serve attenzione concreta: bandi, assistenza tecnica, filiere, difesa del reddito, infrastrutture, acqua, manutenzione rurale. Su questi fronti il punto non è criticare ciò che è stato fatto, ma riconoscere che serve più competenza, più energia, più capacità di guardare fuori e intercettare opportunità. Ed è qui che l’ingresso dei giovani diventa decisivo: perché una piattaforma nuova può mettere insieme radicamento e visione, quotidiano e prospettiva. Infine, le persone e gli interpreti di queste sfide del futuro: dopo due legislature, aspettarsi un cambio di passo è legittimo. Il nodo delle figure che guideranno la prossima amministrazione non è secondario e parlarne non deve essere un tabù, né si può avere una reazione di “lesa maestà” se qualcuno, soprattutto se sono i giovani a farlo, chiede di aprire un confronto in questo senso. Dopo due legislature è normale - persino sano - che una comunità si domandi se non sia arrivato il momento di un cambio di passo. All’attuale amministrazione comunale va riconosciuto il lavoro svolto e va detto grazie. Ma proprio perché la politica non è un rapporto personale, è legittimo discutere di ciclo amministrativo, di efficacia, di prospettiva. E oggi quella discussione è ancora più necessaria per le ragioni già viste: astensionismo in crescita, destra in crescita, e un campo progressista che rischia di perdere pezzi se non ricostruisce fiducia. Perché sottrarsi al confronto e forzare le decisioni, imponendo una scelta che, è cosa nota, provoca imbarazzo e perplessità all’interno dello stesso Partito Democratico di Guspini – dove, peraltro, in molti, silenziosamente e dietro le quinte, attendono di poter prendere la scena a scapito degli attuali protagonisti. Non sarebbe invece meglio affrontare il cambiamento in maniera aperta, consapevole, trasparente, e provando a guidare e accompagnare questo processo mettendo tutte le energie e competenze insieme? Dare spazio ai giovani: dentro e fuori i partiti. I giovani stanno chiedendo di fare una scelta per il futuro. Sono loro la vera novità, e chi fa politica da più tempo dovrebbe avere la lucidità di mettersi a disposizione, favorire il passaggio di testimone, aprire spazi reali.  Questo vale anche per il Partito Democratico: negli ultimi decenni, troppe volte, i suoi stessi giovani sono stati “consumati” - per non dire “cannibalizzati” - senza ricevere vero spazio decisionale. Eppure, oggi esistono figure giovani - nel partito e anche nell’amministrazione - che potrebbero rappresentare una novità credibile. La domanda, semplice, è: perché non provare davvero a dare loro spazio? Non come scommessa generazionale fine a sé stessa, ma come risposta politica a una comunità che chiede ascolto, rispetto, serietà e nuove energie. Un invito: costruire un percorso. L’iniziativa di questi giovani, ragazze e ragazzi, ha avuto un merito: aver spinto Guspini a tornare a parlare e praticare la Politica. Ora il passo successivo è trasformare quel segnale in un percorso più largo: incontri pubblici, confronto nei quartieri, tavoli tematici, strumenti che includano e si rivolgano soprattutto a chi non partecipa più e si astiene, convinto di non contare nulla. Perché la posta in gioco non è solo la prossima elezione. È ricostruire partecipazione, fiducia e senso di comunità.

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