Giuseppe Fanari[/caption]
Nella avveniristica struttura del nuovo centro congressi “La Nuvola”, opera del famoso archistar Massimiliano Fuksas, al quartiere Eur di Roma, lo scorso giovedì 5 maggio, alla presenza del capo dello Stato Sergio Mattarella, di una folta rappresentanza della istituzioni, autorità militari, ecclesiastiche, rappresentanti del mondo dello sport, sono stati celebrati i centosessant’anni di Poste Italiane. «Il 5 maggio del 1862 nascono le Regie Poste in cui confluiscono le amministrazioni postali degli Stati preunitari. Da allora le poste hanno contribuito allo sviluppo sociale economico e culturale dell’Italia, facilitando gli italiani a comunicare tra loro, a conoscersi e a parlare una lingua comune», dichiaravano gli amministratori della società nel corso della celebrazione per l’importante ricorrenza durante la quale, tra gli altri interventi Alberto Angela e Maria Grazia Cucinotta, hanno voluto dare il loro contributo, evidenziando in particolare il duro lavoro dei postini e delle postine «con le grandi, enormi cartelle di cuoio ricolme di lettere, negli anni cinquanta», ha raccontato il divulgatore scientifico, «Una signora di nome Domenica Angela, in grembiule di ordinanza, su una bicicletta, consegnava la posta in un paesino della provincia bergamasca. Ispirò suo figlio Felice Gimondi». Interessante e al tempo stesso toccante la testimonianza della Cucinotta e della sua “famiglia di postini“ a cominciare da suo papà che con la sua divisa azzurra fece innamorare sua madre. Lei stessa vincitrice di concorso alle poste che rifiutò perché in quel periodo le venne offerto un contratto televisivo. «La divisa e il capello da postino di papà», ha affermato l’attrice, la riporta alla sua partecipazione al film “Il Postino” con Massimo Troisi.
Senza alcuna pretesa, abbiamo cercato di raccontare la storia dell’ufficio postale di Guspini e la figura del portalettere, a partire dagli anni 50 alla fine del secolo scorso.
Dalla nostra ricerca, le sedi dell’ufficio postale risultano essere state in via Gramsci, (fronte piazza XX settembre, nel locale a fianco alla vendita di tabacchi), in via Santa Maria, angolo via Don Minzoni, viale della Libertà e nell’attuale sede di via Torino. I direttori che si sono avvicendati in quel periodo sono stati un certo Garau, Erminio Fanni, Mario Lampis e successivamente i reggenti Peppino Muntoni e Silvio Montesuelli. I portalettere Giuseppe Fanari, noto Giuseppino, Antonietta Vargiu, Luigia Serra, nota Luigina, Angelo, Peppino e Bruno Fanari, Alessandro Floris, Mario Saba, Franco Atzori e Gesualdo Meloni.
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Maria Laura Fanari[/caption]
«Il portalettere era considerato una persona della massima fiducia. Oltre al suo lavoro di recapito della corrispondenza, svolgeva anche una funzione sociale molto importante nei confronti degli anziani ai quali, su loro richiesta, faceva il servizio di consegna della pensione a domicilio», racconta Maria Laura Fanari, nota Mariella, «I componenti della mia famiglia, sono stati tutti dipendenti delle poste. A cominciare da mio padre Giuseppe, classe 1902, i fratelli Angelo e Peppino, portalettere, Bruno, fattorino telegrafico e io stessa che feci il concorso nel 1972 e nel 1977 venni assunta in pianta stabile, lasciando il servizio dopo 33 anni di servizio. L’assunzione dei postini, nella fase iniziale avveniva per “meriti del titolare” è stato così anche per i miei fratelli», precisa Mariella, «Uscivano a piedi con quelle grandi borse di pelle ricolme di corrispondenza. Ogni portalettere aveva la sua zona di competenza e distribuiva la corrispondenza nell’arco di tutta la giornata, fino a che non aveva smaltito tutta la corrispondenza non faceva rientro in ufficio. Con passare degli anni, mio padre acquistò una bici per facilitargli il trasporto della corrispondenza. Conosceva tutti e questo era sinonimo di garanzia e riservatezza. A lui si rivolgevano i giovani che volevano allacciare relazioni sentimentali con le ragazze del paese, affidandogli le loro lettere affinché le consegnasse a una terza persona che si prestava a fare da destinatario della missiva che successivamente consegnava alla diretta interessata. Al postino si rivolgevano anche i genitori delle ragazze, quando venivano a conoscenza che le figlie cominciavano a “simpatizzare” con qualche giovanotto, per avere informazioni sulla persona. Mio padre, nel 1967, compiuti i 65 anni venne collocato in pensione e con una parte della liquidazione si comprò l’automobile, una Fiat 124 di color azzurro, il sogno della sua vita».
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Alcuni impiegati dell'ufficio postale di Guspini[/caption]
Interessante anche la testimonianza di Peppino Muntoni, trent’anni di servizio, con alle spalle esperienze di reggente in diversi paesi tra i quali Guspini e Montevecchio. «Nel periodo in cui le miniere erano in auge, lo sportello postale di Montevecchio era molto più importante di quello di Guspini. La portalettere di Montevecchio era Savina Melis. Il rapporto tra impiegati e portalettere era sempre improntato alla massima cordialità e reciproco rispetto. C’era intesa e collaborazione che faceva sì che il servizio funzionasse al meglio, con soddisfazione dei cittadini. I portalettere di Guspini erano molto bravi e difficilmente rientravano in ufficio con corrispondenza inevasa. Era frequente, data la conoscenza delle persone che la corrispondenza venisse consegnata anche strada facendo o mentre i destinatari erano in giro a fare le commissioni. Dagli anni 70 in poi Guspini era suddivisa in cinque zone recapito e ogni zona aveva il suo portalettere. «Prima di quel periodo», sottolinea Muntoni, «Il portalettere che si assentava per un qualsiasi motivo, doveva trovarsi un sostituto e pagarlo per il periodo di assenza». Come in tutte le esperienze lavorative, non mancano gli aneddoti. «Un giorno, durante il pagamento delle pensioni», ricora Giuseppe Muntoni, «si presenta un’arzilla signora avanti con gli anni che dopo aver declinato le proprie generalità, le sottopongo il mandato di pagamento e la penna per la firma della quietanza. La signora, inforca gli occhiali e mi risponde che non sa firmare. Con stupore le chiedo il perché avesse quindi messo gli occhiali e lei prontamente mi risponde che gli aveva inforcati per contare i soldi».
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