Le fasi di produzione della tegola erano numerose: in primis veniva recuperata la materia prima dal letto del Rio Lanessi o da terreni argillosi. Il materiale veniva poi trasportato nell’area di lavorazione intorno al forno di riferimento, lì veniva fatta la pulizia del fango o della terra, essicati, con la setacciatura (cerridura) per rimuovere le impurità. La terra veniva poi portata in “sa fogaia” una sorta di fossa, dove aggiunta l’acqua e della paglia finissima, veniva impastata a piedi scalzi solitamente da due unità maschili detti “craccadoris”, fino al raggiungimento della consistenza e omogeneità desiderata. Il cumulo di fango veniva poi trasportato nei pressi del tavolo di lavoro, “su banchitu” cosparso di un sottile strato di cenere o polvere al centro, la quantità necessaria per una tegola veniva depositata nell’attrezzo che dava omogeneità all’impasto in “su sestu” sopra il quale veniva pressato e asportata la parte eccedente, da su sestu veniva poggiata nella forma (sa fromma) della tegola, nella quale lo scorrimento dello spago annesso (sa seda) permetteva all’argilla di staccarsi perfettamente da su sestu, il quale poi dava la forma definitiva alla tegola. Le forme venivano poi depositate a terra, a cura delle donne, le quali esponevano accuratamente al sole e al vento ad asciugare in “sa pratza”; durante la notte le tegole venivano messe dentro “sa barracca” al riparo dall’umido o da improvvise piogge. Al raggiungimento di circa un migliaio di tegole, uomini e donne traportavano le tegole all’interno de “su forru de sa teba”, acceso il fuoco alimentato con fieno, con la cura de “is coidoris”. L’ultima fase era gestita da “is carratoneris” , i quali gestivano l’acquisto dei manufatti, col trasporto attraverso carri a trazione animale, delle migliaia di tegole prodotte, destinate alla vendita nei paesi circostanti. Le giornate lavorative erano lunghissime, dalle 12 alle 16 ore. La popolazione residente era dedita per il 50percento a quest’attività, un numero altissimo per un paese di 1400 anime, considerato il fatto che in quegli anni i paesi circostanti erano fondati quasi interamente sull’ agro-pastorale.
L’arte della produzione delle tegole era fortemente identitaria nel il paese a quei tempi, andata però a sfumare nel corso degli anni e in ogni caso mai svanita. La tegola di Segariu è stata valorizzata durante alcune manifestazioni negli anni tra il 2002 e il 2007 con l’evento denominato “Is Tebaius”. L’attuale amministrazione comunale, propensa alla valorizzazione delle caratteristiche storico culturali del territorio, ha in programma per il mese di luglio il “festival dell’argilla”, forte anche del finanziamento di 10 mila euro della fondazione Banco di Sardegna, che ha premiato i progetti più virtuosi. La tegola segariese ha motivo di essere conosciuta, valorizzata e riscoperta, gli atti di compravendita delle tegole trovano riferimenti sulle tegole segariesi negli archivi delle chiese di zona, alcune delle quali datate anno 1400 domini, insomma le radici dell’arte de is tebaius è chiaro che spieghi concretamente la cantilena che da decenni rimbalza la frase “Segariu, po tèba”.
Alex Lai
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