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Antonio Meucci[/caption]
Come sembrano lontani i tempi in cui il nostro connazionale Antonio Meucci, emigrato per necessità negli Stati Uniti, condusse gli studi per la realizzazione di un’apparecchiatura capace di trasmettere i suoni a distanza, comunemente conosciuta come “Il telefono”! Egli arrivò anche a produrre un prototipo ma, arrivando in ritardo nella registrazione del suo brevetto (1871) per carenza di risorse finanziarie, fu preceduto in ciò dal fisico tedesco J. P. Reis nel 1860! Il 24 febbraio del 1876, inoltre, furono registrati quasi contemporaneamente i brevetti del telefono presentati da Alexander Graham Bell, ricercatore scozzese residente negli Stati Uniti, e da Elisha Gray che diedero il la allo sviluppo della telefonia, rendendo vano il riconoscimento della Corte Suprema degli Stati Uniti d’America che, con sentenza 1886, assegnava la paternità dell’invenzione a Meucci quando ormai, purtroppo, il telefono di Bell si era già imposto sul mercato.
Oggi, a distanza di poco più di un secolo, col supporto di una sofisticata rete telefonica, riusciamo a raggiungere le località più remote, utilizzando i telefoni cellulari che ci consentono di dialogare con l’interlocutore desiderato con estrema facilità, ma anche di trasmettere fedelmente documenti e foto.
Il sei marzo del 1983 veniva venduto il primo cellulare in Italia: era il Motorola “Dyna TAC 8000 X”, chiamato comunemente “The brick” ovvero “Il mattone”, inventato dal direttore della sezione ricerca della Motorola Martin Cooper e venduto negli Stati Uniti a partire dal 3 aprile 1973.
Il primo cellulare di fabbricazione italiana venduto in Italia risale al 1990 in occasione dei mondiali di calcio. Era prodotto dalla Italtel e si chiamava “Rondine”.
Da allora la tecnologia del settore non ha subito rallentamenti, arrivando a produrre cellulari sempre più sofisticati che hanno invaso il mercato mondiale, coinvolgendo diverse generazioni.
Non più di venti anni fa, in Italia, al neonato si era soliti regalare un “ciucetto”, rosa alle femminucce o celeste ai maschietti! Oggi si è quasi arrivati al punto di regalare addirittura il telefono cellulare perché il neonato, aprendo gli occhi, si possa auto immortalare al primo sorriso! Tutti ormai, bambini e ragazzi, adulti e anziani, senza distinzione di sesso e condizione sociale ne fanno uso quotidianamente, sempre pronti a sostituirlo con quello di più recente concezione.
Come sono lontani i tempi in cui, specie nei nostri piccoli paesi, si poteva comunicare a distanza unicamente col sistema epistolare garantito dal servizio postale o, nei casi di estrema urgenza, attraverso il tichettìo del telegrafo che, con linee, punti e spazi dell’alfabeto Morse, trasmetteva messaggi di breve durata incidendoli su nastro, poi decifrati dal personale addetto e trascritti su di un modello dal caratteristico di colore giallo, da recapitare al destinatario.
In alternativa al telegrafo anche Collinas, a decorrere dagli anni ’50, così come molti altri paesi della Sardegna, fu dotato di un posto telefonico pubblico, cui rivolgersi per conferire direttamente con un l’interlocutore desiderato previa convocazione per l’ora prestabilita.
Il primo gestore del citato servizio fu proprio Don Enrico Diana il quale, essendo invalido, demandava spesso a me ragazzo, l’onere di recapitare l’avviso di chiamata ai rispettivi destinatari o di comunicare verbalmente agli stessi l’orario fissato dal mittente, nei rari casi di analfabetismo del destinatario.
All’ora fissata per l’appuntamento, il gestore del servizio che aveva effettuato la prenotazione chiamava l’ufficio ricevente il cui gestore, dopo aver fatto entrare il destinatario all’interno di una tetra cabina a chiusura quasi stagna per garantire la privacy, provvedeva a commutarvi la linea.
Succedeva spesso che la persona convocata, per paura di perdere l’appuntamento arrivasse con notevole anticipo e, altrettanto spesso, che anche la chiamata dell’interlocutore potenziale arrivasse con notevole ritardo a causa dell’intasamento delle linee (!) o anomalie funzionali delle stesse. Ciò costituiva un intermezzo estemporaneo fra il gestore e l’utente, con argomentazioni di vario genere, col sottoscritto uditore involontario, ma spesso curioso e interessato.
Al contrario, per le telefonate in uscita, il gestore del servizio comunicava al gestore del servizio destinatario le generalità della persona da convocare, fissando giorno e ora per l’appuntamento.
Molto spesso succedeva che i richiedenti, in barba alla privacy, invece di organizzare appuntamenti che potevano comportare anche ore di attesa, comunicavano direttamente al gestore il messaggio de trasmettere al destinatario. Il latore del messaggio era quasi sempre il sottoscritto, ricompensato con qualche caramella e, soprattutto, attraverso la sincera e sentita gratitudine dello stesso zio Enrico.
Col trascorrere degli anni il servizio di che trattasi, evidentemente mal compensato rispetto agli adempimenti richiesti, passò in rapida successione a vari esercizi commerciali del paese, l’ultimo dei quali. Il Bar Pau, lo gestì fino all’attivazione delle utenze private e alla installazione delle cabine telefoniche pubbliche a gettone, ubicate in punti diversi del centro urbano.
Questo è il percorso storico compiuto dalla telefonia fissa a Collinas, che per la prima volta consentì di dialogare a distanza con l’interlocutore desiderato, bypassando i “linea-punto-spazio” del telegrafo, per il trionfo del progresso tecnologico e la tutela della privacy. Tutto ciò assume i contorni fiabeschi se raccontato ai bambini contemporanei, abituati a giocare, mangiare e dormire col cellulare appresso.
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