>Alla fine degli anni quaranta, primi cinquanta, i momenti di aggregazione erano rappresentati dai balli familiari, organizzati con l’ausilio di un vecchio grammofono o di un avveniristico giradischi a valigetta, ovviamente sotto il vigile controllo degli anziani che, seduti intorno a “sa coxina manna”, fingevano di chiacchierare fra loro. Caratteristici gli approcci al ballo da parte degli organizzatori: gli inviti alle ragazze, in particolare, dovevano essere fatti rigorosamente da un componente adulto della famiglia organizzatrice, meglio se alla presenza di un genitore. La partecipazione delle ragazze poteva essere assicurata solo se in compagnia di un fratello o, in assenza di questo, di un familiare “garante”. “Is contus de forredda” intorno al focolare domestico, invece, costituivano un’alternativa al ballo familiare, specie nelle gelide serate invernali. Per porre fine a tale monotonia, il parroco di allora pensò bene di dotarsi di un proiettore a passo ridotto e di una tetra cassa sonora per allietare meglio le serate dei giovani, specie la domenica pomeriggio. Non disponendo di locali adeguati, per proiettare i primi film pensò bene di utilizzare la chiesa di San Sebastiano. La risposta della gente fu entusiastica, tanto è vero che molte persone furono costrette a portarsi la sedia da casa. Ero ancora un bambino, ma ricordo ancora il titolo del film che fu proiettato: “La carica dei Kyber”. Le attrezzature di supporto erano alquanto carenti; tanto è vero che, non avendo una bobina, la pellicola finì sparsa su pavimento, costringendo tutti noi a collaborare col parroco per il riavvolgimento della stessa nella bobina originale. Col passare del tempo, ultimati i lavori, la sala di proiezione diventò il nuovo salone parrocchiale, locale molto più spazioso ma ancora con banchi di fortuna che scricchiolavano a ogni piccolo movimento. Solo col passare del tempo il salone fu dotato di poltroncine ribaltabili, molto più confortevoli dei vecchi banchi. [caption id="attachment_17715" align="alignnone" width="853"]
Collinas Case Parrocchiali sopra il Cinema foto Pinna Fernanda[/caption]
Io, al pari degli altri chierichetti che partecipavano assiduamente alle funzioni religiose, avevo ingresso gratuito alle proiezioni, ma con l’onere di dover vendere le caramelle durante lo spettacolo. Prima di ogni serata ci veniva consegnato un vassoio di caramelle, rigorosamente contate, con l’obbligo di riportare l’invenduto unitamente all’incasso effettuato. È facile immaginare la tensione di noi ragazzi, nel dover trascinare per tutto lo spettacolo il carico di tanta bontà senza poterne beneficiare, pena la non rispondenza numerica nell’inventario di riconsegna!
Le funzioni di maschera durante lo spettacolo erano rigorosamente svolte dallo stesso parroco, con un ciondolare continuo fra le corsie di passaggio. Funzione, questa, indispensabile ai fini del rispetto del decoro, poiché l’occasione dello spettacolo forniva, ai giovani in particolare, una delle poche opportunità di approccio con le future fidanzatine, senza l’occhio indiscreto dei parenti. Ovviamente, la sconfinata fantasia giovanile era riuscita a escogitare un turno di vigilanza, per segnalare tempestivamente il passaggio in corsia del Parroco e potersi scambiare furtivamente qualche bacetto.
Nel frattempo, le funzioni di operatore cinematografico furono assegnate a un ragazzo del quale non cito le generalità per questioni di privacy. Costui, oltre alle suddette incombenze, aveva il compito di visionare preventivamente le pellicole da proiettare e, assieme al parroco, provvedere a staccare le parti della pellicola che riproducevano scene ritenute all’epoca poco rispettose della morale o comunque poco appropriate alle caratteristiche e alle finalità del locale. Le parti eliminate venivano poi nuovamente incollate (con acetone?) prima della riconsegna al distributore. Tale operazione avveniva sicuramente con scarsa professionalità anche in altri locali, tanto è che durante la proiezione capitava di passare spesso da una scena a un’altra senza collegamento alcuno. Frequenti erano anche le interruzioni dovute a rottura della pellicola.
La preventiva visione della pellicola, nel caso di scene ritenute all’epoca un po’ spinte, ma comunque tali da non richiedere opportuni tagli, consentiva di adottare misure restrittive nei confronti dei “minori di sedici anni”. Gli spettacoli erano generalmente due: uno al primo pomeriggio e uno la sera, dopo cena; gli orari fluttuavano in relazione alla puntualità della gran parte degli spettatori.
In un secondo tempo, per ovviare alla calura estiva, oppressiva all’interno del salone parrocchiale, fu escogitato il trasferimento in una sorta di “arena giardino”, individuata nell’area disponibile sul retro chiesa, meglio conosciuta come “Su Gimitoriu”, ossia vecchio cimitero da tempo dismesso. Ricordo che lungo il muro di confine che separava detta area dalla casa Tuveri c’erano ancora delle piccole nicchie e in ciascuna di queste un teschio vero! L’euforia per l’arena, considerata novità assoluta per il paese, fu comunque tale da non far riflettere sulla precedente destinazione di detta area e, in modo particolare, su ciò che si andava a calpestare! Furono eliminate le erbacce, parificata la superficie, realizzato uno schermo sul muro di cinta che separava l’area dal sagrato della chiesa e trasferiti i banchi vecchi a suo tempo utilizzati nel salone. L’area, così sistemata, diventò l’arena giardino per diversi anni.
Con l’avvento della TV in Sardegna, all’interno del salone parrocchiale fu installato un grosso televisore che veniva acceso, dietro modico corrispettivo da parte del pubblico che, entusiasta, riempiva il locale in occasione delle trasmissioni più importanti, quali: “Il Musichiere” di Mario Riva, “Il gioco dei mimi” di Silvio Noto o “Lascia o Raddoppia” di Mike Bongiorno.
Il salone parrocchiale, da tempo inagibile, è attualmente in attesa di essere ristrutturato.
Francesco Diana
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