Mousthapha è arrivato in Sardegna nel lontano 1987. Aveva 24 anni. Con il visto rilasciatoli per la Francia, transita in Italia e da qui in Sardegna, arrivando a Pabillonis dove aveva già un fratello e diversi amici e conoscenti. Qui ha trovato accoglienza e sostegno, incontrando gente di gran cuore. Nei piccoli paesi, ci tiene a dirmi, la gente ha un cuore grande, nelle grandi città invece la gente ha un cuore piccolo. All’inizio era costretto per tirare avanti a fare il “ Vù cumprà”, girando con una vecchia Fiat 128 per tutta la Sardegna, insieme ad altri compagni di colore e con l’immancabile cassetta come tanti ne vediamo ancora.
A Pabillonis l’abitazione, in comune fra diversi occupanti, era in brutte condizioni e così Mousthapha, insieme ad alcuni compagni, riesce a trovare casa a Terralba. Una casa più bella e più confortevole per la quale viene corrisposto un affitto condiviso. Cominciava ad apprendere la lingua italiana già a Pabillonis prima sede di arrivo. Si reca quindi a Genova dove frequenta un corso di 2 mesi per ottenere la licenza di vendita. Ottenuta la licenza, comincia a girare per i mercatini nei vari paesi, per le feste e le sagre.
«All’inizio si stava meglio, si lavorava meglio e si guadagnava qualcosa», dice, «ora la crisi e la grande confusione che crea questa immigrazione indiscriminata così come i comportamenti di molti immigrati soprattutto clandestini, ricadono anche su di noi che ci siamo da tanto tempo. Bisogna comportarsi bene sempre, essere onesti ed è così che si viene rispettati». Il figlio maggiore di Mousthapha fa il pastore qui in un paese del nostro territorio. Con sacrificio naturalmente. Non può permettersi di avere un’auto anche usata per poter rientrare ogni giorno dal padre e percorrere una trentina di chilometri per andare al lavoro ogni mattina. Sarebbe una buona cosa che qualcuno che è in possesso anche di una vecchia auto, si potesse mettere in comunicazione con lui tramite la redazione.
Mousthapha non concorda con l’immigrato che va a chiedere l’elemosina o che non rispetta le regole e le leggi del paese che lo ospita. «Chi ha buona volontà, un lavoro lo trova sempre per vivere dignitosamente. Ma si stava meglio prima», afferma ancora, «l’immigrazione clandestina ci ha creato un sacco di guai, per prima cosa la diffidenza della gente». Mousthapha riesce a ritornare in Senegal dai suoi familiari ogni due anni, una volta all’anno quando gli va bene, perché il viaggio è troppo costoso. »Nel villaggio, mio padre che è vissuto fino a 105 anni, non sapeva neppure dove fosse la capitale del Senegal ma, anche se povero, viveva bene lo stesso nel rispetto delle leggi e delle nostre usanze perché le carceri, anche in Senegal, sono spesso piene di gente importante e benestante che viola però le leggi. Il futuro per me e per i miei figli, conclude, è tornare nel Senegal, il Paese dove sono nato».
Antonio Corona
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