Isola troppo vulnerabile: oltre 2.343 chilometri quadrati di territorio a rischio frane e alluvioni


di Maurizio Onidi «Isola troppo vulnerabile: necessari stanziamenti per difendere popolazione, imprese e infrastrutture» è l'allarme lanciato da Antonio Matzutzi, Presidente di Confartigianato Imprese Sardegna. In Sardegna ben  2.343 chilometri quadrati di territorio a rischio frane e alluvioni. Calano i fondi dello Stato per prevenzione, messa in sicurezza e ripristino.  Il 9,7% della superficie della Sardegna, quindi, è a elevato rischio frana e/o media pericolosità idraulica. Tale situazione comporta come 338 Comuni dell’Isola, l’89,7% dei 377 totali, nei loro territori abbiano aree caratterizzate da un’elevata o molto elevata pericolosità da frana o da una media pericolosità idraulica. In queste aree, di conseguenza sono a rischio 138.179 abitanti, 58.228 edifici, 10.701 attività produttive, 28.674 addetti e 684 beni culturali. I numeri emergono dall'ultimo rapporto dell'Ispra sul Dissesto idrogeologico in Italia (dati 2017), elaborati dall'Ufficio studi Confartigianato Sardegna, in base al quale, pochissimi Comuni isolani possono ritenersi al sicuro dalle conseguenze degli eventi naturali. «Sulla base di questo rapporto» continua Matzutzi «sarebbe opportuno realizzare e gestire la manutenzione delle opere pubbliche necessarie per difendere famiglie, imprese e patrimonio culturale da frane e alluvioni». «Purtroppo, però, s’investe sempre meno in prevenzione, messa in sicurezza e ripristino» sottolinea il Presidente«nel corso degli ultimi anni, infatti, l’economia italiana ha registrato una caduta degli stanziamenti pubblici, situazione che rende il territorio più vulnerabile alle conseguenze dei cambiamenti climatici come ogni volta, purtroppo, viene evidenziato dopo gli effetti disastrosi delle ondate di maltempo». La conferma arriva da una recente analisi di Confartigianato sulla spesa nazionale per investimenti contro il dissesto. Questa è passata da 49,9 miliardi di euro del 2010 (valutata in media triennale) a 35,4 miliardi di euro del 2017, con una riduzione del 14,5 miliardi, pari al -29,1%. Nel confronto internazionale è ultima in UE per peso degli investimenti pubblici sul PIL. Una soluzione auspicabile, come messo in evidenza dall’Associazione Artigiana, sarebbe quella del rafforzamento dei maggiori investimenti pubblici pari allo 0,2% del PIL nel 2019 e allo 0,3% nel 2020 e 2021 previsti dal disegno di legge di bilancio 2019, correggendo quindi lo sbilanciamento sulla maggiore spesa corrente. Un’analisi dei dati Eurostat evidenzia come le perdite economiche per disastri naturali siano ingenti e tra il 1980 e il 2016 in Italia valgano 1.072 euro pro capite, il 25,8% in più della media UE di 852 euro. Senza contare che proprio da quella Unione Europea, da molti considerata “matrigna”, secondo i dati del ministero per la Coesione, si sarebbero dovuti utilizzare 1,6 miliardi di euro, in 14 anni, nell’ambito dei programmi Fesr 2007-2013 e 2014-2020, ma l’Italia ne ha spesi appena il 20%. Stiamo parlando di circa 700 interventi presentati dalle regioni italiane per la messa in sicurezza del territorio di cui conclusi appena 333, meno della metà, per un ammontare di pagamenti ricevuti che si aggira sui 320 milioni di euro. «Dimostriamo ancora una volta di essere incapaci a spendere» conclude Matzutzi «se si guarda alle risorse stanziate nel vecchio Fesr e a quelle programmate fino al 2020, l’Italia ha a disposizione entro quella data 1,6 miliardi di fondi europei e in sostanza, siamo a poco meno del 20% del loro utilizzo. Fondi che dovrebbe interessarci, a maggiori ragione, visto lo stato dei nostri conti pubblici e la possibilità di richiesta a Bruxelles di non considerare queste spese nel calcolo del deficit».        

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