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>La devozione e l’amore per Sant’Antonio di Santadi accomuna i centri di Arbus e di Guspini quelli maggiormente coinvolti nell’organizzazione della festa e comunque unici centri abitati in cui il santo transita nel suo lungo pellegrinaggio che dalla chiesa parrocchiale di Arbus lo porta alla chiesetta di Sant’Antonio di Santadi. Chiesa costruita nel corso della prima metà del XVII secolo ma rifatta in modo non restaurativo e riconsacrata il 18 giugno del 1950 dopo che un anno prima veniva demolito il “grande e sinuoso campanile a vela a luce arcuata”, un autentico capolavoro ormai immortalato solo in immagini e foto d’epoca. Ma non sempre era così. Il primo passaggio del simulacro a Guspini si ebbe l’11 giugno del 1876. Fino a quel momento infatti simulacro, processione e traccas non transitavano a Guspini. Lo aggiravano passando per la strada denominata (tuttora) dai guspinesi “sa ia de is Arburesusu”. L’innesto in direzione Santadi avveniva dopo qualche chilometro del passo Genne Frongia nella località di “Perd’ e Cuaddu”, strada che da Arbus porta a Montevecchio e dal centro minerario si proseguiva poi verso Mattianni.
Altra curiosità, caduta ormai in disuso, era la “gara al tiro del gallo”, passatempo preferito dagli uomini fino al secolo scorso nei due giorni di permanenza a Santadi. Narra il Vaquer nel suo libro: “Si lega esso per i piedi al manico d’uno spiedo, che si conficca, coll’altra estremità sul terreno. I cacciatori si dispongono in fila - a circa cinquanta metri di distanza – pronti a far fuoco contro il bipede designato. Devono tirare uno alla volta, dopo aver pagato cinque centesimi agli operai, i quali serbano i soldi ricavati a pro del Santo… il povero gallo, vittima rassegnata, col capo all’ingiù, prima di venir colpito deve sentirsi fischiare vicino più di una pallottola…”
Curiosi anche i nomi che i proprietari dei buoi danno ai loro animali. Ne citiamo alcuni, quelli più simpatici: “Si ses innoi non at’essi po nudda”, “Scarescirì”, “Curregirì ca ses sennori”e ancora “No ti pedronu” e “La ca t’ingannasa”. Infine un detto, quello più famoso che meglio rappresenta la festa e le sue complicità: “Po Sant’Antoni chi esti sposu ndi torrada storrau, chi esti bagadiu ndi torrada sposu”. Detto ancora straordinariamente attuale dal momento che la festa è da sempre occasione d’incontro e di divertimento, tra giovani ma non solo, dove talvolta possono nascere grandi o piccole storie d’amore.
Gianni Vacca
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