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A circa un anno e mezzo dalla sua consacrazione il vescovo della diocesi di Ales- Terralba monsignor Roberto Carboni ha scritto la sua prima lettera pastorale pubbliacta in un elegante libro: “Viva – efficace – tagliente”. Tre parole molto significative per parlare della parola di Dio, che richiamano i fedeli a una lunga riflessione sulla libera scelta di essere cristiano. Il vescovo in occasione delle sue celebrazioni nelle diverse parrocchie della diocesi durante l’omelia ha sempre spiegato con singolare semplicità cosa comporta essere cristiani. Nel giorno della consacrazione della chiesa di Santa Barbara a Gonnosfanadiga aveva illustrato l’importanza dell’altare, del portone d’ingresso, dell’ambone definendolo “la mensa della parola”. I fedeli lo avevano ascoltato con attenzione per come era riuscito a testimoniare la parola di Dio. La lettera pastorale del Vescovo è ricca di contenuti e va letta con attenzione magari facendosi aiutare dai sacerdoti. Monsignor Roberto Carboni scrive: “Ogni lettera pastorale che un vescovo scrive è un po’ come una bottiglia con messaggio gettata nell’oceano. Si spera che qualcuno la raccolga, legga il messaggio e si senta coinvolto e spinto a rispondere, a cercare un dialogo con l’autore”.
Formuliamo gli auguri per il suo cinquantanovesimo compleanno.
Francesco Zurru

Lettera ai cristiani della diocesi per un discernimento illuminato dalla Parola di Dio
Anno Pastorale 2017-2018
“Quando si fa sera, voi dite: bel tempo perché il tempo rosseggia; e al mattino: oggi burrasca perché il cielo è rosso cupo. Sapete dunque interpretare l’aspetto del cielo e non sapete distinguere i segni dei tempi?” (Matteo 16,2‐3).
“Allo stesso modo anche lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili; e colui che scruta i cuori sa quali sono i desideri dello Spirito, poiché egli intercede per i credenti secondo i disegni di Dio” (Romani 8,26-27)
"La parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore" (Ebrei 4,12)
“Lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino» (Salmo 119,105)
Ai presbiteri, ai diaconi,
alle religiose e ai religiosi,
a tutti i cristiani,
uomini e donne
attratti e illuminati dalla Parola di Gesù,
salvati dal Suo amore nella croce
guidati dalla Sua Parola di Verità,
lungo la Sua Via,
per ricevere la Sua Vita.
. In dialogo
Questa lettera non nasce di getto. Mi sono deciso a scriverla, carissimi cristiani, presbiteri e laici, diaconi e religiose, spinto dai tanti momenti di ascolto e incontro formale e informale durante quest’anno e mezzo trascorso in Diocesi. Attraverso le vostre storie, le parole, i suggerimenti, la condivisione con i presbiteri e il consiglio pastorale diocesano, le problematiche e a volte anche le difficoltà nel cammino personale e comunitario della fede, si è andata formando in me un’idea più chiara della nostra realtà ecclesiale, insieme al desiderio di condividerla per fare insieme un discernimento comunitario su come rispondere meglio all’invito del Signore di esser sale, luce e lievito.
È anche intessuta di preghiera: la mia e quella di molti a cui ho chiesto di sostenere questo sforzo.
Il desiderio di scrivervi non nasce dal fatto che si «usa così», che bisogna farlo o che fa parte degli obblighi di un vescovo. Si tratta piuttosto di rispondere alla chiamata che Dio, attraverso la Chiesa mi ha fatto, affidandomi voi e a voi. Sento anche la responsabilità di manifestare il mio pensiero, le speranze e le preoccupazioni come vescovo di questa Chiesa e iniziare insieme una riflessione che spero potrà essere continuata anche in altre sedi e contesti e coinvolgere molte persone.
Ogni lettera pastorale che un vescovo scrive è un po’ come una bottiglia con messaggio gettata nell’oceano. Si spera che qualcuno la raccolga, legga il messaggio e si senta coinvolto e spinto a rispondere, a cercare un dialogo con l’autore. Questo è il mio desiderio segreto: che queste pagine servano alla riflessione dei cristiani delle nostre comunità, suscitino domande più che dare risposte, avviino un processo di Chiesa che si interroga e vuole capirsi e insieme camminare.
A chi mi rivolgo con questa lettera? A tutti i cristiani della nostra Diocesi. Ciascuno nello specifico della sua vocazione: il mio presbiterio con il quale insieme serviamo le comunità cristiane, i diaconi, le religiose e i religiosi, i laici. Tutti condividiamo la vocazione battesimale, da essa siamo immersi in Cristo e chiamati alla santità.
Nutro anche la speranza che leggano queste righe coloro che non si sentono «gente di chiesa», anzi si vedono o vogliono essere ai margini o semplicemente non vogliono farne parte. Sarebbe per me un grande aiuto poter dialogare con loro e farmi e farci aiutare a capire che cosa dobbiamo convertire di noi stessi come cristiani e come Chiesa per essere credibili .
Spero che ciascuno di voi si senta interpellato da queste pagine e le faccia risuonare nel proprio cuore nel contesto della vocazione in cui serve la Chiesa. Tutti siamo chiamati ad ascoltare e dare il nostro contributo.
Vogliamo vedere Gesù …
Sento l’urgenza che la nostra Chiesa diocesana ritorni al cuore della vita cristiana. Che ciascun cristiano comprenda che bisogna prima di tutto ancorarsi saldamente al centro, a Gesù Cristo, per lasciarsi poi spronare dal Suo «andate» verso la creatività della carità e il coraggio della testimonianza. Abbiamo bisogno ancora una volta di questo ritorno al fondamento della nostra fede, a Cristo, perché viviamo il costante pericolo di appesantirla con tante cose e perdere l’essenziale. La roccia su cui costruire, lo sappiamo bene, è la Persona che ci ha chiamati, ci attrae, ci salva e ci converte: il Signore Gesù. È Lui che fa il primo passo, venendo a cercarci ma lascia a noi di fare il nostro pezzo di strada per arrivare all’incontro. Uno dei pericoli che corriamo nelle nostre comunità è quello di generare «membri di una istituzione» piuttosto che discepoli che si identificano con il progetto di Gesù. Siamo insistenti nell’ adesione dottrinale, che ha la sua importanza, però facciamo fatica a riconoscerci discepoli del Signore e questo alla fine genera il pericolo di mantenerci nella mediocrità spirituale. La fatica nella relazione personale con Gesù ci porta ad uno stile dove l’attività è preponderante ma dove Gesù può essere assente . Ecco perché dobbiamo tutti insieme incamminarci in un processo di conversione a Gesù Cristo, affinché le nostre comunità siano trascinate dalla Sua Parola e dalla Sua persona.

Gesù e i giovani …
Avverto la responsabilità di riproporre Cristo ai nostri giovani. Essi talvolta sono diffidenti nei confronti della Chiesa come istituzione, spesso indifferenti, altre volte interessati o per lo meno curiosi. Ci stimola e sfida il loro entusiasmo nella fede come ci interroga la loro fatica nel credere. Essi fanno parte a pieno titolo delle nostre comunità cristiane. Non dobbiamo escluderli ma piuttosto ascoltarli. Aprire il cuore e la mente alle loro esigenze e desideri, ai loro sogni. Dobbiamo lasciarci anche mettere in questione come Chiesa e chiederci se le nostre strutture, il nostro stile di vita, il modo di comunicare il Vangelo non siano un annuncio «senza sale», che non dà sapore, non suscita interesse, non attrae verso Gesù. I giovani ci chiedono autenticità di vita. Ci chiedono di sbarazzarci da stili che non sono evangelici per far risplendere la fede cristiana nella sua luminosità.
Il Papa Francesco ci ha ricordato che Dio ha il primato rispetto a ogni iniziativa umana o attività che noi possiamo mettere in campo. Gesù Cristo ha il primato sulla Chiesa come istituzione; la Grazia ha il primato sulla morale, la persona sulla struttura, l’interiorità sulla esteriorità, l’essere sull’avere.
Suscitare domande …
Lo scopo di questa lettera non è quello di scrivere un trattato sulla Parola di Dio o su Gesù, ma piuttosto quello di suscitare la domanda: è ancora Lui il centro della nostra vita? Ispira i nostri pensieri? Guida le nostre azioni? Suscita amore?
Ancor meno questa mia lettera vuole essere una «ricetta» per illustrare come bisogna fare pastorale e vivere da cristiani, come si fa a capire tutto della volontà di Dio o trovare il cammino diretto per una relazione con Lui. Piuttosto vuole essere una offerta di semi ispirati dal Vangelo che ciascuno, se vuole, potrà piantare, far germogliare e crescere. So bene che la fede è un cammino arduo, fatto di poche luci e molte oscurità, di fatica e gioia, di riposo e ansia, di solitudine e comunità, di peccato e di grazia. Non si tratta dunque di offrire un pacchetto preconfezionato, una sorta di manuale o un compendio di tutti i temi possibili legati alla vita diocesana. Tanti temi, anche importanti, non sono toccati oppure sono lasciati sullo sfondo o appena accennati per essere ripresi in altri contesti. Ho fatto questa scelta per dirigere la riflessione su pochi aspetti che considero essenziali. Innanzitutto chiederci che cosa è necessario per ritornare a Gesù Cristo, per imboccare la strada giusta e possibilmente evitare i pericoli e le insidie del cammino che già in parte conosciamo: superficialità, ripetitività stanca, clericalismo, tradizioni senza anima, esteriorità, mondanità spirituale. Nell’intraprendere il cammino dobbiamo ricordare che Gesù ci ha mandato in mezzo ai lupi e non ci ha assicurato un viaggio confortevole dietro a Lui. Inoltre ci ha chiesto di crescere nel discernimento:
“Quando si fa sera, voi dite: bel tempo perché il tempo rosseggia; e al mattino: oggi burrasca perché il cielo è rosso cupo. Sapete dunque interpretare l’aspetto del cielo e non sapete distinguere i segni dei tempi?” (Mt 16,2‐3).

- Chiesa in discernimento …
Per questo motivo accolgo la proposta di Papa Francesco, che facendosi eco del Concilio, chiede alla Chiesa di camminare spedita nel discernimento alla luce della Parola di Dio per lasciarsi interrogare dalla storia e dalla Parola e poter scegliere il vero bene . Egli stesso nella Evangelii Gaudium ha offerto questa prospettiva: «Ciò che intendo offrire va nella linea di un discernimento evangelico. È lo sguardo del discepolo missionario che si nutre della luce della forza dello Spirito Santo» (EG 50) e più avanti continua «Esorto tutte le comunità ad avere sempre vigile capacità di studiare i segni dei tempi» (EG 51).
1.1. Da dove nasce la necessità del discernimento?
Ciascuno di noi è chiamato a sviluppare l’atteggiamento di discernimento cioè integrare nella vita spirituale personale e comunitaria e nell’attività pastorale la lettura della realtà attraverso la quale il Signore ci parla. Si tratta di cogliere nelle vicende della comunità cristiana una «storia di salvezza» che avanza. È importante pertanto non separare ciò che si crede (il deposito della fede, la fede creduta) da ciò che si fa, si sceglie, si trasforma in azione (la fede vissuta) ma piuttosto unirle insieme nella persona e nella comunità credente. Bisogna anche imparare a interpretare le «tensioni» che si possono verificare nel cammino cristiano, tra persone e comunità, tra istituzione e carisma, tra aggiornamento e inculturazione, tra tradizione e attualizzazione, come occasione per capire cosa fare per seguire davvero la volontà di Dio e rispondere alle sollecitazioni dello Spirito Santo. Insieme dobbiamo capire insieme cosa fare e avere una luce che ci aiuti in questa scelta, appunto questo è il discernimento, per poter agire secondo Dio.
Il discernimento si fa nel dialogo tra la nostra realtà quotidiana con la Scrittura, con la persona di Gesù, con la sua morte e risurrezione, con la presenza dello Spirito Santo, con la voce del Magistero ma anche scrutando il nostro mondo interiore di sentimenti e affettività, così che possiamo mettere insieme l’ortodossia (retto conoscere), l’ortoprassi (retto agire) ma anche il retto sentire, l’ortopatia. Tale riflessione, applicata alla vita cristiana e alla proposta pastorale, ci aiuta a comprendere e interpretare secondo Dio. Fare discernimento come singoli e come comunità è certo una conquista, ma prima di tutto è un dono di Dio, un carisma (1 Cor 12,10), dove lo Spirito Santo ha un posto speciale. Egli ne è il principio costitutivo (Rm 8,2.9-11.15) e la norma del nostro agire (Rm 8,2.4-5.9) .
1.2. Come sappiamo se stiamo «scegliendo secondo Dio»?
Dio ci ha fatto conoscere la Sua volontà attraverso la Sua Parola, i comandamenti, la possibilità di utilizzare la nostra ragione, il Magistero della Chiesa. È un itinerario valido per tutti che però deve poi trovare la necessaria attuazione nel singolo e nella comunità cristiana. Come ci ricordava il Card. Martini, Dio educa a un tempo «personalmente e comunitariamente» . Gesù, nel Vangelo di Luca ci invita al discernimento, a deciderci per il regno di Dio (Lc 12,56-57) «Come mai questo tempo non sapete giudicarlo? E perché non giudicate da voi stessi ciò che è giusto?» E in un altro passo aggiunge: «Non giudicate secondo le apparenze, ma giudicate con giusto giudizio» (Gv 7,24). San Paolo insiste sul discernimento come modo di vivere in pienezza la vita cristiana: «esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono» (1Ts 5,21) e san Giovanni raccomanda: «Carissimi, non prestate fede a ogni ispirazione, ma mettete alla prova le ispirazioni, per saggiare se provengono veramente da Dio» (1Gv 4,1). La Chiesa, attraverso la voce del Magistero e della sapienza che viene dallo Spirito, avanza nello stesso cammino. «Il discernimento pastorale, dunque, è un percorso che si svolge attraverso il dialogo, in un clima di fede e di preghiera, tra il pastore e il fedele – quando è personale – e all’interno della comunità – quando è comunitario. Il suo obiettivo è una leale ed equilibrata comprensione della propria realtà da parte del fedele, per crescere nel bene e maturare nella vita cristiana. Pertanto, non è il pastore a dover indicare o suggerire soluzioni, ma è il fedele stesso a orientarsi per prendere una decisione cosciente e responsabile, coerente con le esigenze del Vangelo custodite dalla Chiesa» .
1.3. Tutte le componenti ecclesiali sono chiamate a fare discernimento
Come pastori siamo chiamati a creare situazioni di discernimento per far emergere la partecipazione di tutti i cristiani all’edificazione e maturazione della Chiesa (Lumen Gentium 12). Come vescovo con il mio presbiterio e i laici, ciascuno secondo la sua responsabilità, siamo chiamati a fare discernimento sulle diverse forme di azione pastorale (Presbyterorum Ordinis 6.9.14.15.17) e nel contribuire alla evangelizzazione (Apostolicam Actuositatem 3). C’è dunque un invito costante al discernimento perché tutta la comunità possa rispondere all’azione dello Spirito Santo .
1.4. Caratteristiche del discernimento comunitario
Il primo passo del discernimento comunitario è avere coscienza e volontà di appartenere ed essere corresponsabili della vita della comunità. È il fondamento della «ecclesiologia di comunione» che deve fondare i rapporti tra presbiteri, consacrati, laici. La Chiesa, come ci dice san Paolo, è un corpo con molte membra che hanno funzioni diverse. Al centro di tutto c’è lo Spirito Santo che suscita ministeri, li unifica e dirige (Lumen Gentium 7.13.32). Insieme, nella corresponsabilità, si deve instaurare il rapporto tra laici e presbiteri, facilitato dai presbiteri parroci che guidano l’azione pastorale integrando tutti, compresi gruppi e movimenti. Il discernimento comunitario «nelle pratiche pastorali si avvale innanzitutto della lettura del contesto in cui ci si colloca, ma insieme del superamento dell'orizzonte puramente organizzativo di una presenza al mondo, che non riduca il mistero cristiano alla prassi, per quanto rinnovata .» Ecco perché è così importante il clima di preghiera che deve ospitare il discernimento, per non ridursi a un decidere cosa fare sullo stile delle riunioni aziendali. Esso si «applica all’interno della comunità credente in vista della ricerca e delle mediazioni migliori perché, nella legge della carità e nel rispetto dei diversi carismi, essa possa articolarsi e crescere in vista del Regno. Un secondo aspetto consiste nel rapportarsi della Chiesa al di fuori di essa, nel suo rapporto con le diverse società e culture, in una parola, con il “mondo” ad essa contemporaneo. Il discernimento, in questo contesto, mira a trovare le forme più idonee perché la Chiesa realizzi il suo essere mediazione della rivelazione in mezzo al mondo» . La Chiesa nel suo atteggiamento costante di discernimento è invitata a individuare e sostenere i carismi e i ministeri che sono presenti al suo interno, per poter realizzare sempre meglio la sua missione di annunciare il Vangelo e vivere la carità.

- Alcuni principi del discernimento pastorale
Papa Francesco nella Evangelii Gaudium indica quattro principi che sono guida al discernimento pastorale. Sono stati ripetutamente citati e applicati a varie situazioni e anche nel contesto di questa riflessione essi offrono una grande luce.
2.1. Primo principio: il tempo è superiore allo spazio (EG 222)
Riflettendo sul nostro modo di pensare e fare pastorale, come presbiteri ma anche come laici, riconosciamo che abbiamo un forte principio «spaziale» territoriale che è la parrocchia, la diocesi, la cittadina o paese dove si vive e talvolta il rione a cui apparteniamo. La tentazione è fissare in stereotipi le categorie, i gruppi. Parliamo infatti a volte di parrocchia di anziani, di giovani, rurale, urbana. Lo stereotipo ci fa pensare di mantenere tutto sotto controllo e forse trasformarci in padroni della situazione. Sapere ogni cosa, tutto quello che avviene, conoscere tutto. Si tratta della tentazione del dominio spaziale: il mio territorio, la mia autorità, che è nata come servizio alla comunità e poi rischia di trasformarsi in dominio. Dobbiamo convertirci a una visione di Chiesa che non sia solo quella geografica, ma piuttosto dinamica, un popolo che cammina, una storia che ci precede e ci segue. Siamo invitati a iniziare processi che segnino la vita delle persone. Dobbiamo metterci nell’ottica di dare inizio a trasformazioni, tracciare percorsi, lasciare in eredità uno stile, un modo di amare il Signore, più che occupare spazi di potere.
2.2. Secondo principio: l’unità prevale sul conflitto (EG 226)
Andiamo d’accordo con chi ci assomiglia e la pensa come noi. Mentre con chi ha gusti e pensieri diversi dai nostri può nascere il conflitto. Anche la Chiesa, come la società, vive al suo interno dei conflitti. Abbiamo esperienza anche nella nostra diocesi di comunità cristiane dove vi sono conflitti permanenti tra gruppi, tra parroco e gruppi, tra persone che esercitano qualche servizio o ministero in parrocchia e gli altri cristiani. I motivi sono vari. Vi sono implicate le persone e gli stili relazionali. A volte sono dovuti allo stile liturgico, altre volte alla gestione economica o al concentrarsi di incarichi solo su alcune persone «collaboratrici» che faticano a integrare e lasciar spazio ad altre. Una via di soluzione è quella di accettare il conflitto, riconoscerlo, affrontarlo e farne un elemento per un ulteriore passo in avanti. Non si tratta di far finta che tutto vada bene e neanche vedere tutto in negativo, ma cercare di trovare il punto di unità, valorizzando ciò che unisce piuttosto che concentrarsi su ciò che divide. Su tutto deve prevalere il desiderio di evangelizzare, di far conoscere Gesù, cercando proprio nella passione per incontrare il Signore un punto di convergenza. Insomma, affrontare il conflitto ma ricordando che l’unità deve prevalere sul conflitto.
2.3. Terzo principio: La realtà è più importante dell’idea (EG 231-233)
Come cristiani siamo spesso in tensione tra l’ideale che ci attrae e che per noi è una persona e ha il nome di Gesù Cristo e la realtà del vissuto quotidiano della fede che ci riporta sulla terra. Nella concreta vita della comunità è importante avere un ideale di chiesa che ha il potere di non farci fermare, di stimolare il desiderio di migliorare, di crescere. D’altra parte non si può vivere sulle nuvole o solo sognando ideali, ma bisogna fare i conti con la realtà concreta senza tuttavia «chiuderci» in quello che si vede, quello che c’è, senza lasciare spazio a quell’ideale che ha il potere di attrarmi, di scomodarmi. Sia come presbiteri che come cristiani in comunità siamo chiamati a mettere in dialogo queste due dimensioni: l’ideale e il reale. Partendo dalle persone con cui viviamo, partendo dalle nostre comunità concrete con le loro luci e ombre, dobbiamo percorrere un cammino di cambiamento.
2.4. Quarto principio: il tutto è superiore alla parte (EG 234)
Questo principio vuole trovare l’equilibrio tra universale e particolare. La tentazione di chiudersi nella piccola realtà locale è sempre forte. Nella nostra Chiesa diocesana si avvertono talvolta tensioni tra progetto parrocchiale e proposta diocesana, iniziative della propria comunità e iniziative della Chiesa diocesana. Siamo chiamati a identificarci come popolo di Dio in cammino, dove la «particolarità» non può essere a scapito dell’universalità o una chiusura rispetto al cammino della grande comunità della Chiesa.
- I passi del discernimento: Riconoscere, interpretare e scegliere
Le indicazioni che Papa Francesco ci ha offerto per il discernimento comunitario sono utili per leggere la nostra realtà diocesana e cercare insieme nuovi cammini che ci facciano crescere nella comunione, nella carità e nella testimonianza della nostra fede. Assumendo un percorso che viene anche riproposto nell’Instrumentum Laboris in vista del prossimo Sinodo dei vescovi del 2018 dedicato ai giovani, vorrei articolare queste pagine nei tre momenti caratteristici del discernimento: Riconoscere, Interpretare e Scegliere. Siamo tutti chiamati, nel contesto della nostra vocazione specifica, a fare questi passi per poter meglio rispondere alla chiamata di Dio, costruire e far crescere la nostra Chiesa diocesana e soprattutto rimettere al centro della nostra vita il Signore Gesù.
- RICONOSCERE
Il discernimento è il cammino necessario per renderci conto del cambiamento in atto nella Chiesa al fine di poter operare scelte e decisioni non dettate dalle urgenze, dalle mode, dai bisogni personali ma dalla lettura delle realtà e della Parola di Dio che deve illuminarla. Tale discernimento non è solo compito del vescovo, ma richiede un procedere sinodale, fatto da tutto il presbiterio e dalla comunità cristiana . Siamo invitati ad un’analisi attenta per riconoscere e dare un nome a quanto stiamo vivendo come comunità e singoli. Superiamo la tentazione di assecondare la paralisi che ci prende un po’ tutti e ci fa dire «tanto non cambia niente».
L’atteggiamento da coltivare è il vicendevole aiuto nel fare discernimento, domandandoci: dove ci porta lo Spirito di Dio? L’obiettivo finale è quello di dare futuro alle nostre comunità cristiane che vogliono rispondere al mandato del Maestro di annunciare il Suo Vangelo e la Sua persona. Lo facciamo con umiltà, sapendo bene, come ci dice il salmo che «Se il Signore non costruisce la casa, invano faticano i costruttori» (Salmo 126).
4.1. Elementi strutturali
Inizio riflettendo su alcuni elementi della vita della Chiesa diocesana che chiamo strutturali. Si tratta della vita delle nostre comunità cristiane, dell’identità del prete e della qualità delle relazioni presbiterali e infine delle vocazioni alla vita presbiterale e religiosa. Sono temi in gran parte già conosciuti e più volte vi ho puntato l’attenzione. Essi si ripercuotono in modi diversi nel cammino totale della nostra chiesa diocesana, la influenzano, talvolta anche scatenando tensioni e fatica.
4.2. Le nostre comunità cristiane
La statistica non è tutto ma aiuta. Sebbene non sia lo scopo di questa lettera fare analisi sociologica, non posso ignorare quanto gli studi del settore dicono circa il nostro territorio, specialmente il Medio Campidano e la Marmilla. Sono risapute le ferite originate dalla mancanza di lavoro con la conseguente fuga dai paesi, lo spopolamento, l’assenza di prospettive certe per i giovani che per questo motivo abbandonano le loro famiglie, la difficoltà nel prestare attenzione agli anziani. La riduzione dei servizi sociali nel territorio come la chiusura di scuole e dei servizi sanitari insieme alla trascuratezza della viabilità che rende ancora più difficile la situazione. Il quadro sociale incide direttamente e indirettamente sulla vita della comunità cristiana. Anche i numeri della nostra Diocesi ci interrogano . I battesimi, le cresime, i matrimoni cristiani, i cristiani che partecipano all’Eucaristia domenicale o ad altri incontri di formazione o solo alle celebrazioni diocesane presentano percentuali modeste rispetto alla popolazione che si definisce cristiana. Sono dati da interpretare, da leggere anche in riferimento ai dati regionali e nazionali ma che parlano di un cambiamento. Ci sarebbe da domandarsi con Papa Francesco: «un’epoca di cambiamento o un cambiamento di epoca?».
Questa situazione ci avverte che non possiamo più pensare di vivere di rendita, se mai ci fosse stata questa tentazione. Non ci si può più sentire sicuri sul fatto che la nostra gente è «tradizionalmente cristiana» o che la nostra opera sia solo di conservazione . Sappiamo pure che non possiamo contare troppo sui raduni giovanili di massa. Il momento festivo che questi incontri rappresentano, spesso poi non ha riscontro nella ferialità della vita cristiana.
Un certo numero di persone partecipano alla celebrazione e alla preghiera per le feste patronali, per i sacramenti (cresima, prime comunioni, matrimoni, funerali etc.) ma ci si rende conto che queste presenze appaiono sempre più passive e il Vangelo che dovrebbe illuminare il vissuto quotidiano sembra lasciato fuori quando si affrontano le scelte importanti della vita. Sia ben chiaro: non si tratta di piangere sui numeri. L’obiettivo di un pastore infatti non è avere tante persone o riunire le masse, ma piuttosto avere persone credenti che vogliono testimoniare la loro fede, nutrirla, farla crescere e testimoniarla. La preoccupazione è sulla qualità più che sulla quantità. La diminuzione dei cristiani delle nostre comunità all’Eucaristia domenicale e agli altri momenti formativi non deve monopolizzare le nostre energie con il solo obiettivo di ritornare ai numeri di un tempo ma piuttosto interrogarci se non sia il caso di lavorare di più sulla profondità di convinzioni e scelta di quanti ancora sono presenti nella comunità, proponendo nuove strade che ritornino all’essenziale della nostra vita cristiana: la relazione con Gesù, l’assimilazione della sua Parola come luce e guida nel cammino personale e comunitario. Accanto all’attenzione verso quelli che si avvicinano alla comunità deve esserci, non meno intensa, la preoccupazione per quelli che ormai ne sono ai margini o distanti o indifferenti.
Bisogna lavorare perché la comunità cristiana sia «una comunità alternativa», cioè «una comunità che in una società connotata da relazioni fragili, conflittuali e di tipo consumistico, esprime la possibilità di relazioni gratuite, forte e durature, perdono reciproco, manifestando la forza dello Spirito di Dio» . Dobbiamo fare nostro lo sguardo di Dio dentro la nostra storia (misericordia, perdono, incarnazione). Come suggerisce il Card. Scola nella sua lettera pastorale dobbiamo aiutare la comunità a pensare secondo Cristo e pensare a Cristo attraverso tutte le cose.
4.3. Qual è il primo scopo dell’evangelizzazione? Il primo e il principale è l’incontro con Cristo. Noi cristiani non crediamo in una dottrina o in un insieme di norme morali ma in una Persona, Gesù Cristo, che ci indica il senso della nostra esistenza. Già Papa Benedetto XVI e adesso Papa Francesco insiste su questa verità: essere cristiani non significa avere una bella teoria ma essere in relazione personale con Gesù. Questa verità che anima tutta la fede cristiana deve poi trovare una sua metodologia di realizzazione. In concreto ciò si realizza nella prassi pastorale. Semeraro indica due modelli: la pastorale organizzativa e la pastorale delle relazioni o generativa .
La pastorale organizzativa si rifà a un modello di parrocchia legato all’appartenenza, in uno specifico territorio e suppone che gli abitanti siano cristiani. Tutto si organizza attorno alla domenica e fornisce alle persone quanto è necessario per divenire e mantenersi cristiani. Il termine pastorale organizzativa non vuole avere una connotazione negativa ma piuttosto descrittiva. Il fulcro di questo modello è quello di «organizzare» la vita dei cristiani. Si organizza qualche cosa che esiste per permettere di raggiungere dei fini insieme.
La pastorale organizzativa, lo vediamo in più parti anche nella nostra Diocesi, è già in crisi, specialmente nel nostro tempo dove l’appartenenza al territorio non è più statica o durevole e le persone non si sentono legate in modo assoluto alla propria parrocchia. La Chiesa italiana più di 10 anni fa, aveva invitato tutti a prendere coscienza dei cambiamenti in atto, fra essi indicava lo stile di comunità parrocchiale chiusa in sé e autonoma che per tanto tempo aveva funzionato e servito bene le comunità. Oggi avvertiamo il pericolo della burocrazia parrocchiale e sentiamo il desiderio che le nostre comunità siano generative ed educative della fede, ma forse non sappiamo come fare, come cercare di iniziare un cammino diverso.
La pastorale generativa è appunto quella che non vuole fermarsi solo a conservare, ma si interessa prima di tutto alle persone, volendo entrare in relazione e dialogo con loro nei vari aspetti della loro vita. Quali sono le condizioni perché ci sia questa pastorale generativa? Anzitutto una pastorale delle relazioni. Nell’incontro, nella relazione sia fisica che spirituale, si genera. È importante per noi presbiteri, ma anche per tutti i cristiani, mettere al centro le relazioni: con il Signore, con gli altri. Non si tratta solo di «dare i sacramenti» ma di educare a una vita di fede. Per questo dobbiamo avvicinarci alle persone e non solo aspettare che vengano a cercarci . Dobbiamo essere accoglienti verso le persone e andare a cercarle nei luoghi di vita, per proporre loro il Vangelo. Accogliere e andare, ecco i due verbi che devono guidare la nostra vita comunitaria.
4.4. A proposito di campanile...
Nel contesto della riflessione sulle nostre comunità cristiane, permettetemi una considerazione a proposito del «campanile». Questo concetto ha per me due significati. Uno, positivo, che ho sperimentato nelle mie visite: paesi e parrocchie anche piccole che ci tengono alle loro tradizioni, a far bene le loro feste e celebrazioni. In un contesto come il nostro del Medio Campidano e della Marmilla, segnato dalla povertà e dall’impoverimento del territorio, questo aspetto ha la funzione di unire le persone, di identificarle con la propria comunità, di farle sentire partecipi, attive, creative, non abbandonate. Per questo non bisogna superficialmente contestare il «campanile» quando esso significa identità, senso di appartenenza, espressione di comunità, specie nel contesto della latitanza dei poteri civili e nell’impoverimento progressivo della zona: poche scuole, pochi servizi di sanità, scarsità di momenti di incontri etc.
L’altro significato di «campanile» è meno positivo rispetto al cammino di maturazione della comunità cristiana. Infatti, la tendenza a ripiegarsi su sé stessi, a difendere la propria tradizione talvolta genera una forma di paralisi che si scontra poi con la realtà in cambiamento cui abbiamo accennato: scarsità del clero, età elevata, poche vocazioni, fatica nel coinvolgimento dei laici. Tutto ciò rende necessario e urgente ripensare la struttura e lo stile pastorale. Nell’ottica del discernimento dobbiamo leggere la realtà come il modo in cui Dio attraverso la storia ci parla, per indicarci nuovi cammini.
L’invito è ad aprirsi alla collaborazione e alla condivisione, allo scambio e talvolta anche alla rinuncia per favorire altre comunità cristiane. Non si tratta solo di avere poco personale o degli orari difficili per conciliare liturgie quando si servono più comunità, quanto di capire che davvero siamo un’unica Chiesa e che l’essenziale è ritrovarci riuniti dal Signore che ci convoca, per spezzare il Pane e la Parola. Come cristiani, presbiteri e laici, dobbiamo aiutare le comunità cristiane a capire questa verità: tutti siamo chiamati dal Signore e dobbiamo incontrarLo. Spesso questa chiamata ci chiede di uscire da noi stessi per andare verso gli altri. «L’uscita» significa molte cose: da un atteggiamento di ascolto e condivisione a quello più concreto proprio di spostarci in un altro paese per celebrare i Santi Misteri. Ciascuno di noi deve educare sé stesso e gli altri in questa prospettiva. Se non lo facciamo noi, sarà la realtà stessa che ci obbligherà a farlo. Vivendo diversi anni in missione ho visto la conseguenza della scarsità di clero che ha costretto le comunità cristiane ad assumere, al principio con fatica e con certa resistenza, uno stile comunionale e collaborativo fra loro. Un cammino fatto come scelta più che come obbligo aiuterebbe molto.
4.5. Il presbiterio e la fraternità presbiterale In stretta relazione con la vita delle comunità cristiane è la presenza e il numero di sacerdoti attivi che esercitano il ministero nelle comunità. Dobbiamo tutti riconoscenza ai sacerdoti che, pur in età già avanzata, con generosità e amore danno ancora il loro prezioso contributo alla pastorale. Comunità e presbiterio si influenzano reciprocamente. Questo elemento è oggetto costante di riflessione. Lo ripropongo per il suo impatto per così dire «visivo». Esaminando con attenzione la fotografia del nostro presbiterio infatti non possiamo nasconderci che l’età e il numero pongono domande su come servire il popolo cristiano in un futuro sempre più prossimo. Se da una parte constatiamo la scarsità numerica dei presbiteri, dobbiamo chiederci – e questa è una domanda che faccio al presbiterio, ma anche a tutti i cristiani che devono sentirsi coinvolti in questo tema - se oramai non sia più rimandabile mettere fra le priorità non solo la qualità della nostra vita cristiana comunitaria, ma anche la qualità delle relazioni presbiterali e l’attenzione alle vocazioni al presbiterato. Non si deve pensare che questi temi riguardino solo il vescovo o i presbiteri o che siano aspetti marginali della vita ecclesiale. Essi sono talmente intrecciati con la vita della comunità, con la qualità del ministero, con il futuro della Chiesa, che ci riguardano tutti. Adesso! 4.6. Fraternità presbiterale e fraternità ecclesiale… Voglio affiancare al tema del ridotto numero dei presbiteri quello della fraternità presbiterale. In essa si rende concreta l’ecclesiologia di comunione che il Concilio Vaticano II ha voluto darci. «la fraternità presbiterale cresce e matura solo se cresce e matura la fraternità ecclesiale» . Noi presbiteri dobbiamo essere per gli altri cristiani sacramento di fraternità, dobbiamo cioè mostrare con la nostra vita questa caratteristica. Insomma, la qualità della vita della comunità cristiana ha un legame diretto con la presenza della fraternità presbiterale. Si tratta di un aspetto da non sottovalutare e che purtroppo, proprio perché non è stato sufficientemente approfondito, mostra i segni di fatica e usura. È possibile che la formazione non abbia educato alla convivenza con altri presbiteri. La felice intuizione del Concilio di Trento nel volere il Seminario per la formazione dei futuri presbiteri, con la struttura formativa concentrata sull’individuo, oggi deve essere ripensata. Di fatto la Chiesa attraverso il Magistero, insiste nel parlare di fraternità presbiterale, di collaborazione, di unità pastorale. Dobbiamo ammettere che nella nostra Diocesi facciamo ancora certa fatica a camminare in questa direzione. Non nego che vi siano amicizie, collaborazione, un certo scambio. Riconosco le positività già presenti. Ma sappiamo che il cammino da fare è molto e non facile. Bisogna abituarsi ad uscire infatti da uno stile solitario e individualista, per pensarsi come collaboratori, fratelli, amici che servono la comunità cristiana. Quali sono i passi che dovremmo fare per rendere sempre più visibile la fraternità presbiterale? Prima di tutto sentirci profondamente parte del presbiterio. Vivere l’appartenenza non come un aspetto esteriore ma sostanziale ed esistenziale. In poche parole, sono presbitero con una «famiglia di appartenenza». Sappiamo che la Chiesa insiste molto sull’ incardinazione dei presbiteri. Non si tratta solo di un elemento formale prescritto dal Codice di Diritto Canonico, ma piuttosto una condizione che si fonda sulla teologia del ministero: sei un sacerdote inserito in una Chiesa specifica, in una relazione specifica con il vescovo e gli altri presbiteri al servizio del popolo di Dio nelle comunità concrete. In secondo luogo ricordarci che come presbiteri manifestiamo concretamente la nostra vocazione soprattutto nelle qualità delle relazioni che viviamo. Questo significa tempo da dedicare all’ascolto, all’incontro, interesse reale alle persone (salute, situazioni, problemi). Credo che dobbiamo lavorare molto in questa prospettiva: aiutarci l’un l’altro, sostenerci. Non si tratta di creare un club o un gruppo chiuso in sé ma crescere come persone che si stimano, si aiutano, si capiscono, si ascoltano, si sostengono reciprocamente, sono vicine ai presbiteri ammalati e anziani. Infine, il presbitero in relazione con altri diversi da sé. Capita in molte riunioni che non si riesca ad intavolare un confronto sereno e costruttivo; si passa dal mutismo alle prese di posizione che non ammettono repliche, consapevoli del fatto che ciascuno nella propria parrocchia potrà regolarsi come gli sembra più opportuno, senza dover rendere conto ad altri. Vengono meno in questo modo il confronto e la correzione fraterna. Si scarica magari la responsabilità di questa brutta abitudine sull’educazione ricevuta in seminario, ma ben poco si fa per instaurare relazioni paritetiche che ci aiuterebbero a essere discepoli con gli altri discepoli. Si cercano o si sognano contesti più omogenei (forse legati a movimenti ecclesiali o a specifiche iniziative di spiritualità presbiterale) in cui sia più facile capirsi e confrontarsi. È un desiderio plausibile ma il vero confronto avviene tra coloro che sono diversi: i discepoli di Gesù, come ci dice chiaramente il Vangelo, non formano un club di soci accomunati principalmente dagli stessi gusti e interessi. I nostri cristiani trarrebbero molto giovamento da un presbiterio che si vuole bene, che si aiuta, che collabora che non sparla o critica alle spalle. Devo ripetere che l’accenno alle difficoltà non deve farci dimenticare che abbiamo esempi luminosi di fraternità in diocesi, ma essi non possono essere lasciati solo alla buona volontà di alcuni, bensì devono trasformarsi in stile continuo di formazione e azione Il numero ridotto dei presbiteri incide sullo stile di presenza pastorale. Bisogna superare la tentazione di ridurre l’attività pastorale solo alla celebrazione dei sacramenti, ma piuttosto sforzarsi di trovare spazi di incontro con i cristiani, tempi di ascolto, disponibilità per la confessione e la direzione spirituale, la formazione approfondita sui temi di vita cristiana. Qualcuno dirà che tutto questo già si fa o che sono gli stessi cristiani che non sembrano interessati alla confessione, ad essere ascoltati o formati. È un lavoro che richiede pazienza: si tratta di risvegliare il desiderio ad approfondire la vita cristiana, conoscerla, viverla. Sebbene non sia una ricetta magica, una maggiore fraternità presbiterale sarebbe il terreno per rendere più efficaci le unità pastorali, fondate quindi non solo su progetti da realizzare ma su uno stile di vita presbiterale che è fatto di aiuto reciproco, condivisione, preghiera, amicizia. 4.7. Le vocazioni al presbiterato e alla vita religiosa Approfondisco ora un terzo elemento fra quelli che ho definito strutturali nella vita della nostra Chiesa diocesana. È collegato strettamente sia alla vita della comunità sia allo stile di pastorale. Si tratta della scarsità di vocazioni nella diocesi, specialmente per il presbiterato ma anche per la vita religiosa. Questa constatazione dolorosa ci interroga su quello che stiamo facendo per annunciare e comunicare la gioia di servire il Signore. Non sono sole le vocazioni al presbiterato o alla vita religiosa che affrontano una grave crisi. Conosciamo la fatica dei nostri giovani a vivere vocazionalmente il sacramento del matrimonio e il progetto di famiglia, spesso condizionati da pressioni dell’ambiente e della cultura del transitorio. Questa tema merita un approfondimento che sarà necessario riprendere in altra occasione. La scarsità di vocazioni al presbiterato per la nostra chiesa Diocesana ha molteplici cause alcune delle quali già note: diminuzione demografica, la fuga dei giovani dal territorio, la tendenza delle famiglie a mantenere i figli vicino a sé sino a età matura, la poca visibilità sociale della vocazione presbiterale che di fatto la rende sconosciuta ai più o ridotta agli stereotipi spesso non positivi veicolati dai media, la poca attrattiva per i giovani della proposta presbiterale, pregiudizi, cattivo esempio amplificato purtroppo dagli scandali anche gravi che coinvolgono ecclesiastici. Pur con queste difficoltà, siamo grati al Signore per le vocazioni che ha donato alla nostra Chiesa in questi ultimi anni: due sacerdoti, un prossimo diacono, due seminaristi che stanno completando la loro formazione, qualche giovane che pensa di iniziare l’anno propedeutico al Seminario. Avvertiamo il bisogno di rispondere alla realtà che ci interpella tutti e ciascuno. Non si tratta di delegare agli incaricati, che comunque devono fare le loro parte, ma di essere noi «per contagio, per attrazione» come diceva Papa Benedetto XVI, con la nostra presenza e testimonianza coloro che suscitano desiderio di servire Dio nella vocazione presbiterale. Dobbiamo renderci disponibili ad ascoltare i ragazzi, gli adolescenti, proponendo loro anche in modo esplicito la vocazione, nel contesto di una proposta più ampia che mira alla maturazione di sé come persona e come cristiano. L’accento è messo sulla vocazione presbiterale ma lo stesso si può dire della vocazione alla vita consacrata e delle vocazioni laicali in senso ampio. Anche i laici devono sentirsi coinvolti nella preoccupazione per le vocazioni. La pastorale giovanile e vocazionale diocesana li aiuti a non rinunciare, sia in famiglia che in comunità, a questa loro responsabilità che nasce dall’essere Chiesa.- Elementi dinamici e qualitativi
- Aspetti concreti della vita pastorale
- INTERPRETARE
- SCEGLIERE
- Sappiamo discernere la volontà di Dio per noi e per la nostra comunità leggendo i segni dei tempi e la Parola di Dio che ci interroga?
- Siamo abituati a cercare nella preghiera e nella lettura della Scrittura la luce necessaria per scegliere, decidere la nostra azione secondo il Vangelo?
- Da quanto tempo non leggo il Vangelo? Il mio ascolto della Parola è affrettato, superficiale, scontato, funzionale alla preparazione di incontri?
- Che incidenza ha la mia fede nella vita di famiglia? Orienta il mio stile di relazione con i familiari? Con gli altri membri della comunità cristiana e con le altre persone?
- Come mi mettono in questione le chiese che si svuotano, i giovani che fanno fatica ad avvicinarsi alla Chiesa, la fatica di credere?
- Che cosa fare concretamente, oltre al lamentarci, perché l’annuncio del Vangelo sia di nuovo attraente per tutti, ragazzi, giovani adulti?
- Come conciliare tradizione e rinnovamento? Come capire che se anche debbo valorizzare la tradizione della mia comunità, devo anche essere aperto a collaborare e condividere con altre comunità cristiane?
- Come coinvolgere i giovani nella vita della comunità cristiana
- Come aiutare i presbiteri, specialmente i parroci, ad aprirsi alla collaborazione con i laici. Come stimolare i laici perché mettano a disposizione i loro carismi e doni?
- Accolgo come un itinerario utile e privilegiato i programmi e le iniziative della pastorale giovanile e vocazionale in Diocesi? Le iniziative dei vari uffici: catechistico, famiglia etc.…
- Mi interesso al programma dell’Istituto di formazione teologica per approfondire la mia fede, condividere con altri la ricerca e la riflessione?
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