La Via della Madonna: storia e tradizione della Festa dell'Itria ad Arbus


Testo e foto di Antonello Piras
Ultima domenica di maggio, Arbus, come chissà da quando, ripete il pellegrinaggio in onore della Vergine d’Itria; strade infiorate, erbe aromatiche, costumi, cavalli e carri scoperti trainati da gioghi di buoi, precedono il cocchio della Vergine. È una festa sì di colori, dal sapore della festa paesana, ma soprattutto è una festa di fede e devozione alla Madonna. Arbus festeggia e onora la Madonna d’Itria, la festeggia con una processione lunga 5 chilometri, dalla parrocchiale alla chiesetta campestre a Lei dedicata, e viceversa alla sera attraverso la stretta strada fiancheggiata da querce e macchia mediterranea. Le coordinate spazio temporali dell’origine del culto sono lontane, is Gocius ne svelano il senso: Divina Reina Abogada, dolcissima protetora, sucurrei nosi in custa ora Mamma de Itria lamada Mamma de Itria lamada, in questa parola sta il senso di tutto: “lamada, in altre parti della Sardegna cramada o tzerriada, in catalano llamada cioè chiamata Itria, questo nome porta in sé il significato della processione, questo nome che viene da Odighitria o Odigitria e significa colei che mostra la via. È lo stesso titolo di Signora del Buon Cammino, o di Madonna della strada. Maria indica, mostra la strada, la via che conduce al Padre, questa strada è Gesù, si legge nel Vangelo  di Giovanni: Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai e come possiamo conoscere la via?». Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Infatti nell’iconografia orientale vediamo la Madre di Dio che con la mano destra indica il Bambino Gesù, seduto sulla sua mano sinistra, ad indicare che il vero cammino è Cristo. La Vergine d’Itria si presenta come Colei che indica il cammino verso Dio e verso la salvezza eterna. Ma da dove arriva quest’immagine di Maria che indica Gesù? Già dai primi secoli a Gerusalemme si venerava un’immagine della Odigitria, l’autore di questa immagine sarebbe stato san Luca. Il dipinto venne regalato all’imperatrice Eudossia, moglie di Teodosio II nel 467. L’imperatrice mandò l’immagine a Costantinopoli da sua cognata (santa Pulcheria) dove fece costruire una chiesa per venerare l’immagine ritenuta un ritratto autentico di Maria eseguito da san Luca. Ora che il ritratto fosse di san Luca o meno non ha importanza, (sono in molti ad attribuire l’originalità del proprio dipinto) ma un dato è certo: in questa chiesa si venerava un’immagine molto antica di Maria. Custodi della chiesa e dell’immagine erano i frati di san Basilio, questi frati erano chiamati dai greci Calògeri che significa Bel vecchio. Si riteneva che l’immagine proteggesse la città e tutto l’impero d’oriente. Nei cortei trionfali gli imperatori la portavano come indicatrice e guida, proprio perché Odigitria indica la strada da seguire. Costantinopoli festeggiava Maria Odigitria in ringraziamento perché salvata dall’invasione dei Persiani nel 626, poi dai Saraceni nel 718. Nelle processioni il dipinto veniva posto su una base che due frati “calògeri” sostenevano con le mani. Questa base era in realtà una cassetta entro la quale il quadro veniva conservato. Nella battaglia del 718 due frati portarono il quadro su una nave della flotta cristiana, contro la flotta saracena di 1800 navi che fu sconfitta. L’icona custodita a Costantinopoli venne distrutta dai Turchi nel 1453, quando questi invasero la città riducendola a un cumulo di macerie, massacrando quarantamila persone e riducendone in schiavitù cinquantamila. L’icona dell’Odigitria seguì la sorte del suo popolo, ma il culto si diffuse oltre i confini, giungendo fino a noi. Copie dell’immagine dell’Odigitria furono diffuse nelle regioni dell’impero e soprattutto in Albania, dove Maria veniva invocata a protezione dei Turchi. Nel 1478 i Turchi con Maometto II conquistarono l’Albania, un gruppo di albanesi si trasferì in Italia, (Salerno, Napoli, Gaeta e Palermo dove il 25 agosto 1488  si stabilì un piccolo gruppo che portava con se un’immagine dell’Odigitria in un posto oggi chiamato Piana degli Albanesi. Fondarono un santuario che chiamarono dell’Odigitria che poi italianizzandosi divenne Madonna dell’Itria. Così sappiamo come arriva la Madonna d’Itria in Italia, ma  probabilmente in Sardegna arrivò ancor prima, nel periodo in cui l’isola era provincia bizantina dal 533 al 900, come del resto altri santi orientali: santa Barbara di Nicomedia, san Giorgio di Cappadocia ed altri. In Sardegna l’immagine della Madonna d’Itria passò dalla pittura alla scultura, mentre i calògeri diventarono uno schiavo cristiano e il padrone turco, ossia le due statuette che accompagnano sempre nella processione la Madonna d’Itria, chiamate in sardo "Is scraus". La cassa diventò la prigione dove il turco teneva chiuso lo schiavo cristiano, un mattino lo schiavo non fu ritrovato, per intervento della Madonna tornò in libertà, il turco si convertì al cristianesimo. Is Gocius cantano: Unu pòberu cristianu, fatu iscrau in Barbaria, dhu agat cun allerghia in sa Patria sua sanu e sétziu su tiranu subra sa càscia serrada. È rara la venerazione delle icone in Sardegna: Si venera l'Odigitria in un dipinto che reca l'immagine della Madonna col Bambino che poggia su una cassa tenuta a spalla da due monaci basiliani ad Aggius, Portoscuso, Guasila e a Cagliari, nella chiesa di S. Antonio Abate. Sono tante le liberazioni di prigionieri cristiani attribuite all’intervento della Vergine d’Itria: Una madre disperata per la perdita di un figlio rapito dai pirati turchi, si rivolge al simulacro della Vergine le toglie il bambino dal braccio e dice: “O mi restituisci mio figlio o io non ti restituisco il tuo”. La Madonna accoglie la richiesta della donna e le fa ritrovare miracolosamente il figlio in casa. Is Gocius cantano: Una poberita iscura po su fillu cativau a Gesus ndhi at pigau de bratzus bostus seguara e Bosu, cun totu dulciura riscatais sa prenda amada. Questi racconti se pur arricchiti di fantasia popolare, rispecchiano una situazione reale di una Sardegna continuamente esposta a razzie da parte dei turchi. A protezione di queste scorrerie piratesche veniva invocata la Vergine d’Itria. Come arriva ad Arbus? Arbus come gli altri paesi della costa era meta di incursioni da parte dei pirati che vi sbarcavano per razziare e fare schiavi. Nel 1584 Pabillonis fu distrutto dai turchi, nel 1610 subì la stessa sorte Serru che scompare, gli abitanti si trasferiscono a Gonnos e ad Arbus. Le popolazioni invocavano la Madonna a protezione delle incursioni. Non sappiamo quando nel tempo si è iniziato a festeggiare la Madonna d’Itria ad Arbus, la traccia più antica del culto alla Madonna risale al 1636, anno nel quale fu costruita nella parrocchia di S. Sebastiano una cappella dedicata a Nostra Signora d’Itria. Nel 1640 circa fu fondata la Confraternita di Nostra Signora d’Itria. I soci della confraternita (che non potevano superare il numero di 72) dovevano rispettare un regolamento che prevedeva diversi obblighi, indossavano un abito di tela bianca lungo fino ai piedi, una cintura di seta azzurra con il rosario e un cappello anch’esso azzurro. Altro dato certo è che 16 aprile 1643 la statua della Madonna d’Itria era custodita nella chiesa di S. Sebastiano. (In tale data il Vicario Generale venne ad Arbus in visita e ordinò l’inventario degli oggetti appartenenti alla chiesa, fra le statue figura quella della Madonna d’Itria). La chiesetta campestre era sicuramente edificata nel 1666. In questa data risulta dal registro dei defunti il decesso di un eremitano (custode di una chiesa secondaria che faceva questua distribuendo immagini del santo titolare della chiesa) della chiesa di N. S. d’Itria.  Ma si può ragionevolmente supporre che esistesse ancora prima di questa data, poiché nel 1636 era stata costruita la cappella nella parrocchia. I tre giri intorno alla chiesetta che oggi noi percorriamo in occasione dell’arrivo e della partenza del simulacro, sono comuni ad altre chiese e pertanto sono da considerarsi il ricordo di racconti popolari. I racconti dell’edificazione delle chiese sono molto simili tra loro. Si parla sempre di una statua trovata fuori paese e caricata su un carro per essere trasportata, a un certo punto i buoi che trainano il carro si fermano nonostante vengano pungolati dai conducenti, e quando finalmente ripartono compiono tre giri intorno a un’area sulla quale sorgerà la chiesetta. Pure quest’anno, a fine maggio, tanti arburesi si sono recati in processione alla chiesetta campestre, accompagnando la Vergine d’Itria cantando il rosario in sardo, hanno ascoltato  con devozione la S. Messa, hanno fatto festa con torroni, pani di sapa, vino e il pranzo in allegria. La processione prende la via del ritorno, breve sosta a “Sa perda de Nostra Sennora”, a ricordare quando in passato qui ci si fermava, alla partenza e al ritorno per levare e rimettere i gioielli al simulacro. Lo spettacolo pirotecnico ha accolto la Vergine che in questa giornata dà senso al cammino fatto, un camminare fatto di passi che vuol essere segno di quel cammino spirituale, di quella Via che Itria vuole indicare.

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