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Mauro Marino[/caption]
Dopo parecchi mesi di silenzio finalmente, nei giorni scorsi, la Presidente del Consiglio, coadiuvata dalla presenza di numerosi Ministri, ha ricevuto a Palazzo Chigi prima le parti sociali e successivamente le parti datoriali per discutere di alcuni temi fondamentali che riguardano la vita dei cittadini con una particolare attenzione riguardo alla situazione economica, al mondo del lavoro, all’inflazione e alle pensioni.
Per la prima volta dopo oltre sette mesi dal suo insediamento il Governo, al di là di stucchevoli ed inutili dichiarazioni a giornali e TV, ha affrontato un tema, quello previdenziale, che è fondamentale per la vita di tutti i cittadini italiani. Ha parlato della complessità di un argomento, quello delle pensioni, dove se non si intervenisse potrebbe accadere che nei prossimi decenni si determini una situazione insostenibile che potrebbe sfociare in una “bomba sociale”. Ha comunicato che è stato recentemente istituito un Osservatorio che dovrà monitorare i costi della previdenza e dovrà valutare e proporre idee innovative che possano, pur restando nei binari di costi ben definiti, proporre ipotesi alternative nell’ambito del ricambio generazionale con particolare attenzione all’anticipo pensionistico. Ha continuato dicendo che nelle prossime settimane saranno organizzati dei tavoli specifici per argomenti auspicando che tutte le parti interessate (forze sociali, datoriali, politiche) portino proposte concrete che possano portare alla soluzione del problema.
Ha infine affrontato anche la questione della denatalità, ai minimi storici in Italia da 150 anni, che in un sistema a ripartizione come è quello attualmente in vigore, chi lavora e versa contributi paga le pensioni di chi è già in pensione, necessita di un aumento dei lavoratori attivi promettendo aiuti concreti e corposi alle famiglie che hanno già figli nonché agevolazioni e servizi di supporto per i giovani che desiderano diventare genitori.
Per restare in equilibrio il sistema come è strutturato attualmente prevede 1,5 lavoratori a fronte di 1 pensionato ed inoltre, come indicato da elaborazioni di natura attuariale necessita che la pensione venga erogata per un numero di anni che mediamente non deve superare i venticinque. I calcoli che vengono elaborati dagli esperti dicono che questo rapporto all’attualità è già di 1,4 a 1 e nei prossimi venti/trenta anni possa scendere pericolosamente a 1 a 1, vale a dire un lavoratore attivo per ogni pensionato. Inoltre, il fatto che, fortunatamente, a causa dei progressi che ha fatto la medicina e della maggiore cura che le persone hanno del proprio corpo con una migliore alimentazione e un migliore stile di vita, determina un aumento dell’aspettativa di vita di circa due mesi ogni tre anni. Questo aumento della durata di erogazione delle pensioni, unita a lavori frammentati e discontinui soprattutto riguardo a giovani e donne, e con retribuzioni molto basse non fa altro che certificare quello che gli esperti economici e di politica previdenziale affermano da tempo, e cioè che il tema della previdenza, unito a quello importantissimo del lavoro ed a quello della denatalità diventerà nei prossimi anni, se non si interviene immediatamente, “la madre” di tutti i problemi economici italiani col rischio concreto che possa sfociare poi, come affermato anche dalla Premier Meloni in una “bomba sociale”.
A parole sembrerebbe, pertanto, che il Governo voglia con determinazione e con il contributo di tutti, affrontare e risolvere questa problematica, ma la realtà, purtroppo, è ben diversa anche perché a fronte di queste generiche affermazioni non sembrano, al momento, essere seguiti fatti concreti in tal senso. Siamo già a metà anno e nel DEF che è il Documento di Economia e Finanza che contiene i programmi del Governo con le relative spese, nulla è stato inserito in ambito previdenziale. Adesso si spera molto nel benefico apporto del turismo estivo, da sempre ancora di salvezza italica, per aumentare il PIL aspettando il NADEF (nota di aggiornamento al DEF) che sarà presentato in settembre e poi inserire qualche novità positiva sulle pensioni nella legge di Bilancio che sarà presentata alla fine di ottobre. Ma un progetto di legge di tale portata che riguarda tutti i cittadini dovrebbe avere un iter autonomo e non essere confinato in un provvedimento insieme con centinaia di altri temi con pochissimi giorni a disposizione per una discussione organica nell’Aula del Parlamento, dovrebbe avere un percorso autonomo con un suo iter ben definito che sia discusso in ogni aspetto. Ciò che si teme, ed è purtroppo molto probabile che ciò avvenga, è che nulla sarà attuato in ambito previdenziale fino a novembre e poi l’Esecutivo costretto ad intervenire perché la “Quota 103”, l’Ape Sociale e quello che è restato di Opzione Donna scadono alla fine dell’anno provvedere in prossimità della scadenza ad un ulteriore rinnovo, rimandando per l’ennesima volta la riforma strutturale a tempi migliori.
La Meloni, del resto, al momento sembra più interessata alla riforma fiscale, a quella presidenziale, a quella della giustizia e a farsi conoscere ed apprezzare a livello internazionale piuttosto che intervenire su una materia e su una legge che è molto gradita in Europa ma odiata per la sua rigidità da milioni di cittadini italiani. Neppure la Lega che a parole da anni si batte per una modifica della legge Fornero riesce a influenzare la Meloni, assoluta leader della coalizione, ed anche la battaglia per i 41 anni per tutti uomini e donne senza limitazioni e senza penalizzazioni, cavallo di battaglia di Salvini e Durigon, è spostata in avanti con la speranza di poterla attuare nel corso della durata della legislatura.
Sembra cioè che questo Governo che pure afferma, a parole, la necessità di intervenire in maniera strutturale su una tematica che unita alle politiche attive sul lavoro e all’enorme denatalità che abbiamo in Italia, assilla e tormenta milioni di italiani, non lo ritiene uno dei punti da affrontare subito ma lo posticipa nella speranza di trovare ulteriori risorse economiche all’attualità non ancora reperite.
Sarebbe un grave errore perché concedere per esempio maggiore flessibilità in uscita a decorrere dai 62 anni anche con una lieve penalizzazione, costruire una pensione di garanzia per i giovani e le donne che in molti casi hanno carriere frammentate e discontinue, ritornare ad Opzione Donna come era precedentemente ed eliminare finalmente le Quote che hanno creato solamente ulteriori differenze e malumori tra i lavoratori sarebbe un bel modo di ricostruire quella fiducia tra cittadini ed istituzioni che nel campo della previdenza è andata completamente persa.
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