Minori e delinquenza: punire o responsabilizzare?


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>Fino agli anni ‘70/80 vi era un diffuso pessimismo sull’efficacia di ogni tipo di trattamento della delinquenza minorile e sulla possibilità di recupero.  Ricerche più recenti giungono, invece, a conclusioni meno pessimistiche  arrivando a stimare che l’effetto del trattamento è in media collocabile intorno al 10%. Questo risultato indica che un intervento sulla delinquenza minorile, confrontato con un non intervento, riduce del 10% le probabilità di recidiva. Con il termine intervento sui minori si confrontano e a volte si contrappongono diverse logiche: punitiva, che avviene con la detenzione (carcere minorile) o la limitazione della libertà; psicosociale, spesso attraverso misure alternative, che si prepongono il processo di responsabilizzazione del minore attraverso una presa in carico psicologica, sociale o educativa; diversiva, che si propone soprattutto di evitare un ingresso precoce dell’adolescente nel sistema penale. In realtà, queste diverse prospettive, più che essere contrapposte sono complementari. È evidente, per esempio, che le misure alternative sono più spesso attuate a favore dei minori meno a rischio o con comportamenti antisociali meno gravi, mentre gli interventi più intensivi o più limitativi della libertà sono soprattutto rivolti ai minori con comportamenti devianti più importanti, o per i quali altre misure si sono rivelate inefficaci. L’intervento psicologico è soprattutto rivolto ad evitare l’allontanamento dell’adolescente dal suo ambiente di sviluppo e a favorire, nello stesso tempo, la sua capacità di assumersi la responsabilità del proprio comportamento. In questa prospettiva appare più efficace stimolare la capacità di responsabilizzazione piuttosto che punire. L’obiettivo è di sostenere il processo evolutivo del minore, in ogni caso, quale che sia il livello di difficoltà che ostacola il suo percorso di inserimento sociale, sia che si tratti di conflitti adolescenziali, o di patologia della personalità o di altre psicopatologie. Quindi com’è meglio intervenire e cosa risulta essere più efficace? Da questo punto di vista il carcere, la comunità terapeutica o la messa alla prova possono essere intese come diverse strategie, che sono più o meno indicate a seconda de singolo caso. Di conseguenza, prima di qualsiasi scelta dovrebbe essere opportuno fare una valutazione delle problematiche evolutive del singolo che impediscono la sua capacità di assumersi responsabilità, e fornire un sostegno al minore e al suo contesto di crescita, perché possa essere in grado di acquisire un’identità sociale positiva. Marianna Chessa Psicoterapeuta e Criminologa

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