Montevecchio: 3 maggio ricordo delle vittime del cantiere Azuni


Erano cernitrici anche le quattro donne e sette bambine che il 4 maggio del 1871, nel cantiere di Azuni persero la vita per la rottura di un serbatoio d'acqua
Montevecchio: 3 maggio ricordo delle vittime del cantiere Azuni

Organizzato dall’Associazione culturale XconoscereXfare, in collaborazione con l’Associazione dei minatori “Sa Mena” e il Comune, domenica 3 maggio, alle 16,30 partirà il corteo che percorrerà un tratto del sentiero delle cernitrici, da Montevecchio al cantiere Azuni per ricordare le cernitrici vittime della tragedia del 4 Maggio 1871, e con loro tutti i morti sul lavoro. Angelo e Carlo Pitzalis, con la dolcezza della loro musica accompagneranno il ricordo delle donne e bambine vittime della tragedia di Azuni.

foto archivio M. Onidi

Erano cernitrici le quattro donne e sette bambine che il 4 maggio del 1871, nel cantiere di Azuni persero la vita per un tragico incidente, come fu definito, a causa della rottura di un serbatoio d’acqua di 80 metri cubi che serviva per il lavaggio del minerale. Il serbatoio sovrastava il camerone dove una trentina di donne e bambine stavano riposando, dopo una dura giornata di lavoro. Rosa Gentila, 15 anni e Rosa Vacca, 50 anni erano di Guspini; Antioca Armas, 32 anni, Luigia Murtas, 27 anni, Luigia Vacca, 15 anni, Anna Melis, 11 anni, Elena Aru, 10 anni, Anna Azeni 12 anni, Caterina Pusceddu, 10 anni, Anna Peddis, 12, anni e Anna Pusceddu, 14 anni erano di Arbus.

L’apporto delle donne al mondo minerario sardo è stato molto importante da tanti punti di vista: ha contribuito all’emancipazione femminile, allo sviluppo economico e alla crescita sociale.

Si deve all’ingegnere Paolo Antonio Nicolay. banchiere genovese, presidente della società Monteponi, l’ingresso delle prime donne nel comparto minerario, nel 1850, come si legge nella relazione che presentò agli azionisti, al suo rientro a Genova, ai primi giorni di dicembre del 1850, dopo essere stato a Monteponi per sei mesi, dove aveva lavorato alla riorganizzazione della miniera appena acquisita dalla sua società.

Anche la miniera di Montevecchio assunse tante donne e bambini. Un lavoro duro, massacrante e poco pagato. Donne di tutte le età ma accomunate dalla stessa esigenza: lavorare per mangiare. La direzione della miniera, con fare magnanimo, assumeva le vedove dei minatori morti al lavoro affinché potessero sfamare la famiglia.

Le cernitrici

“A questo lavoro sono adibiti, in quasi tutte le miniere della Sardegna, fanciulli dai 12-15 anni e donne dai 12 anni in su. Sono fanciulli e donne reclutati in massima parte vicini alle miniere e sono in gran numero figli, fratelli o sorelle dei minatori, occupati nelle stesse miniere. Il lavoro si eseguisce, o in piazzali aperti, ovvero sotto apposite tettoie. I minerali si trattano ordinariamente all'asciutto durante la pestatura, così che si spande nell'ambiente una grandissima quantità di polveri dei diversi minerali, tra cui polveri di piombo e di zinco. In mancanza di ogni protezione speciale — aspiratori di polveri, maschere, ecc. — queste polveri sono facilmente inalate e ingoiate dai giovani operai, e diventano causa di lente intossicazioni che si manifestano in vario modo e intensità, tanto nei ragazzi che nelle donne. Bisogna poi rilevare che, tanto i fanciulli che le donne, cernitori e cernitrici, lavorano per lo più a cottimo, contratto di lavoro che fa trascurare ogni elementare norma d'igiene e obbliga ad uno sforzo che si converte in maggior danno dei deboli operai. Si può dire che il lavoro di cernita a mano, mentre da un lato è di tornaconto all'industria e accresce il guadagno dell'operaio, dall'altro è certamente antigienico, insalubre, […]

(dott. Gildo Frongia, Igiene e Miniere in Sardegna, Tipografia F. Centenari, Roma 1911, p. 32)

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