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Mauro Marino[/caption]
Qualche giorno fa il Consiglio dei Ministri ha approvato il DEF che rappresenta il principale strumento della programmazione economico/finanziaria in Italia e quello che indica le strategie economiche e di finanza pubblica per i tre anni successivi, ma in questa occasione un po’ a sorpresa il Governo si è limitato ad indicare solamente i dati contabili tendenziali senza le indicazioni di quelli che sono gli intendimenti del Governo e le eventuali riforme previste nei prossimi anni.
Questo singolare modo di procedere che viene attuato, in rarissimi casi, in prossimità di elezioni politiche nazionali per permettere ai nuovi Governi di decidere autonomamente le traiettorie programmatiche è stato giustificato dal fatto che il patto fiscale di medio termine sulle nuove regole inserite nel Patto di Stabilità in ambito europeo, pur se già decise, devono ancora essere definitivamente approvate dall’Unione e mancano di conseguenza le indicazioni operative.
Le forze di opposizione, invece, affermano che in un quadro economicamente poco roseo a causa dei costi elevatissimi per sostenere la guerra in Ucraina e con il conflitto in Medio Oriente dalle conseguenze imprevedibili, e con un PIL che stenta a decollare, non si vuole mettere nero su bianco dati e programmi che potrebbero apparire agli occhi degli elettori politicamente impopolari.
Quella che è stata presentata, in pratica, è la riproposizione, aggiornata, della Nadef di settembre 2023 con le minime variazioni che riguardano il PIL che dovrebbe aumentare in questo 2024 dell’1% (0,2% in meno rispetto a settembre 2023) e che si prevede sarà all’1,2% nel 2025 e all’1,1% nel 2026. Per quanto riguarda il rapporto debito/PIL questo sarà del 137,8% quest’anno (era al 137,3% nel settembre 2023) per poi aumentare al 138,9% nel 2025 e al 139,8% nel 2026. Infine, l’indebitamento netto che sarà al 4,3% del PIL quest’anno e si ridurrà al 3,7% nel 2025 e al 3% nel 2026. Questi dati per nulla confortanti determinano un debito pubblico complessivo che quest’anno è previsto in 2.981 miliardi di euro che sfonderanno nel 2025 la soglia psicologica di 3.000 miliardi arrivando a 3.110 fino ad arrivare nel 2026 alla cifra “monstre” di 3.224 miliardi e che poi dovrebbe, finalmente, dal 2027 iniziare una traiettoria discendente.
Le uniche buone notizie, illustrate in conferenza stampa dal Ministro del MEF Giorgetti sono che all’attualità, non sono previste manovre aggiuntive per sistemare i conti economici e che il Governo farà di tutto per trovare anche nell’anno 2025 i fondi per confermare il cuneo fiscale che ha consentito ad un gran numero di italiani di ottenere un piccolo incremento mensile del proprio reddito.
In questo quadro molto poco edificante dal punto di vista economico quello che si può affermare con assoluta certezza è che quest’anno non vi sarà alcuna riforma strutturale della previdenza e che ogni eventuale intervento significativo sarà spostato al prossimo anno per avere poi decorrenza dal 1° gennaio 2026. La spesa per le pensioni già aumentata moltissimo negli anni scorsi spinta soprattutto dall’inflazione è destinata a crescere del 5,8% nel 2024 e si prevede arrivi a quota 345 miliardi (+ 2,4%) nel 2025, 356 miliardi (+ 3,1%) nel 2026 e 368 miliardi (+3,3%) nel 2027 con un’incidenza sul PIL del 15,5%. La Ragioneria Generale dello Stato, poi, si è spinta oltre affermando che il costo della previdenza in Italia dovrebbe continuare ad aumentare fino ad arrivare al 17% del PIL nel 2040.
La “Quota 41 anni per tutti” indipendentemente dall’età anagrafica fortemente voluta da sempre dalla Lega di Salvini per quest’anno sembra definitivamente accantonata e quello che si può ragionevolmente prevedere saranno pochi interventi inseriti nella Legge di Bilancio di proroga degli istituti in scadenza al 31/12/2024. In pratica avremo ancora per un anno Opzione Donna nei confronti però solo di donne svantaggiate (caregivers, licenziate o invalide), di Quota 103 (se non sarà varata Quota 104 con 41 anni di contributi e 63 anni di età), e Ape Sociale anch’essa riservata solamente a categorie svantaggiate o con lavori particolarmente gravosi.
Dopo diciotto mesi dal suo insediamento questa “governance”, che aveva molto insistito prima delle elezioni su una modifica strutturale della Legge Fornero, nel passato criticata aspramente da tutti ed ora incredibilmente diventata l’argine ai conti dissestati dello Stato, al di là di sterili affermazioni e di inutili provvedimenti (l’Osservatorio sui flussi dei costi previdenziali fortemente voluto dalla Ministra Calderone e di cui è persa traccia) non ha di fatto approvato alcun provvedimento in ambito previdenziale peggiorando gli istituti già esistenti di pensione anticipata e rinviando a tempi migliori ciò che i cittadini italiani aspettano da oltre un decennio. Spostare la riforma della previdenza a fine legislatura preferendo piuttosto quella presidenziale, della giustizia e fiscale si rivelerà un grosso errore di cui pagheranno le conseguenze le giovani generazioni che saranno costrette a restare sul posto di lavoro ben oltre i settant’anni e che poi dopo oltre quarant’anni di versamenti contributivi si ritroveranno un assegno previdenziale che raggiungerà a malapena la metà del loro stipendio. Occorrerebbe, invece, attuare una flessibilità differenziata in base alle varie tipologie dei lavori che non sono tutti uguali e che a partire dai 62 anni si estenda fino a 70 anni.
È necessario, inoltre, intervenire sulle retribuzioni, ferme in Italia da quasi un ventennio, per evitare di conseguenza pensioni al limite della sopravvivenza, istituire una pensione di garanzia per chi ha carriere frammentate e discontinue ed implementare fortemente la previdenza complementare che abbia maggiori detrazioni fiscali e minori imposte. Una riflessione, poi, andrebbe fatta sul discorso dei robot e dell’intelligenza artificiale che sta stravolgendo completamente il mondo del lavoro con pesantissime ripercussioni sui numeri degli occupati. Probabilmente sarà necessario discutere se e come, eventualmente, introdurre una tassazione ai robot e I.A. per sostituire, almeno in parte, i versamenti contributivi che diminuiranno a causa dell’introduzione di queste nuove tecnologie che già stanno impattando e lo faranno ancora di più nei prossimi anni in maniera violenta nel mondo del lavoro. È un discorso difficilissimo da digerire da parte delle imprese che lamentano, anzi, costi esorbitanti per produrre lavoro in Italia ma con la crisi delle nascite, l’aumento dell’aspettativa di vita e con la diminuzione dell’occupazione dovuta all’introduzione massiccia di robot e I.A. per tenere in equilibrio il sistema ed evitare la sua implosione questo aspetto diventerà una necessità che dovrà anche essere portata al più presto all’attenzione della U.E.
Vedremo cosa succederà dopo le elezioni europee che di fatto hanno fin qui paralizzato ogni iniziativa in ambito previdenziale e se nella presentazione della Nadef che il Governo ha affermato di voler approvare anche prima del prossimo settembre ci sarà qualche segnale positivo a garanzia della tenuta del sistema previdenziale così da evitare, come anche dichiarato dalla Premier Meloni oltre un anno fa, il manifestarsi di una bomba sociale nei prossimi decenni.
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*Esperto in Economia e Politica Previdenziale
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