Pabillonis, cinque secoli della chiesa parrocchiale Beata Vergine della Neve


di Dario Frau ha collaborato Paola Cossu

Prima parte

  Per quanto riguarda la costruzione della chiesa dedicata alla Beata Vergine della Neve, allo stato attuale non si hanno notizie certe sulla data della sua edificazione, ma dalla ricerca di diversa documentazione arrivata fino a noi, è possibile ricostruire, a grandi linee, il suo percorso storico e artistico. Una preziosa fonte si rileva dalla visita pastorale di mons. Andrea Sanna della diocesi di Ales Terralba datato 13 aprile 1524.  “Oggi mercoledì 13 aprile dell’anno 1524 viene fatta la visita della villa di Pabillonis, canonicato del sig. Carbonell e viene visitata la chiesa parrocchiale di San Giovanni Battista nella quale non si conserva l’eucarestia” (Archivio storico diocesano di Ales - riportato nel libro “Tra il Male e il Bellu Pabillonis”). S’intende, quindi,  che essendo la chiesa di San Giovanni parrocchiale non esisteva ancora quella dedicata alla Beata  Vergine della Neve? Ma se non c’era l’eucarestia, quale era la “parrocchia”? Esisteva una chiesa dedicata a Maria, anche se non era parrocchia? I dubbi restano. Anche nella relazione del Ministero dei Beni e delle Attività culturali (1981) si ipotizza che la chiesa della Beata Vergine della Neve, fosse realizzata su “preesistenze”. Ma la tesi più accreditata, dell’esistenza della chiesa che la colloca in pieno XVI secolo o, al più tardi, agli inizi del XVII secolo, si evince dalla testimonianza dello storico e teologo padre Salvatore Vidal (1575-1647), il quale attesta la presenza, in questo villaggio, di tre chiese, quella parrocchiale di S. Maria, San Giovanni Battista e Santa Caterina. [caption id="attachment_105726" align="alignleft" width="497"] Interno della chiesa[/caption] Dice pure che il paese durante la sua vita, fu distrutto (o meglio assalito nel 1584, secondo riportata da Giuseppe Francesco Fara) dai mori. L’Angius al riguardo scrive che “una parte della popolazione si rifugiò nella chiesa e dal campanile e dal tetto combatterono per molte ore” Quale chiesa? San Giovanni o di Santa Maria? Vidal afferma, anche, che la chiesa parrocchiale, intorno al 1600, era molto piccola, accresciuta dalla parte dell’abside in direzione levante nel 1634, per una profondità di 11 metri, realizzata con la copertura a botte. Questo particolare viene documentato dal contratto per l’esecuzione dei lavori tra il picapedrero Giovanni Antioco Dessì di Cagliari, il rettore Francesco Perseu e con Giovanni Porcedda procuratore e la partecipazione di una ventina di abitanti del paese. I lavori da eseguire prevedevano la realizzazione di altri due tratti di chiesa (sartios) alle spalle dell’altare maggiore con   relative arcate di pezzeria lavorata e altre due arcate piccole, “una a mano destra e un’altra a sinistra, per fare due cappelle prospicienti al presbiterio”: S. Rosario e Madonna del Suffragio (Purgatorio). Fu realizzata anche, “la chiusura intorno al presbiterio con pietra lavorata e la copertura del presbiterio e il coro con volta grossa di mattoni e con tegole”; il presbiterio, inoltre, venne rialzato, e “sarà più alto dal resto del pavimento della chiesa”. La spesa prevista era di 850 lire di moneta cagliaritana. Tra le varie condizioni poste dal contratto, al mastro Dessì, era dovuto, inoltre, il grano per fare il pane, “e glielo daranno già fatto e cotto ogni settimana. Gli daranno pure casa, per alloggiare e letto per dormire, una tovaglia, 2 tovaglioli una tavola, 3 sedie, uno spiedo, una padella e legna da bruciare, tutto gratuitamente (Appunti di storia diocesane di Severino Tomasi). Il lavoro doveva iniziare nella primavera del 1635 e terminare entro un anno e un mese. Per fare questi lavori, il rettore Perseu donò alla chiesa gli affitti di due censi che possedeva in paese e che dovevano pagare, mastro Giovanni Lugas estergiaio fabbricatore di terraglie cotte, e Giovanni Maccioni, pastore di pecore. [caption id="attachment_105727" align="alignleft" width="500"] Presbiterio (foto archivio Todde)[/caption] Da notare che in questo documento si nomina la chiesa di Santa Maria e non della Beata Vergine della Neve. Per quanto riguarda il titolo di rettore, nella parrocchia di Pabillonis, il primo ad avere questa denominazione (documentata), fu Giovanni Maria Manca, poiché, in alcuni battesimi da lui amministrati nel 1622- 1623, si firma rettore di Pabillonis e anche sull’orlo di una pila di acqua benedetta della chiesa di San Giovanni si rileva questa iscrizione, “Joanne Manca Rectore”. Nel 1639, con il rettore Lorenzo Manes, si segnalano alcuni interventi significativi sulla chiesa: costruzione della sacrestia “realizzata in pietra e una finestra con lavandino ed armadi, pianellata in mattoni ed imbiancata, secondo il gusto del rettore” che nel 1638, firmò il contratto con il picapedredo Antioco Sogus di Cagliari. Altri lavori furono effettuati nell’anno 1655, essendo rettore Antonio Floris, che incaricò il mastro Francesco Maxia di Sanluri, di costruire un tratto di sartio, in pietra e carcina, presso la porta maggiore. Per un certo periodo, non si conoscono significativi lavori all’interno della chiesa e mancano anche documenti del tempo. Alcune opere vengono fatte con il rettore Giuseppe Maria Marvodi, nativo di Arcidano (1761-1774) “che fece fare restauri nella chiesa di San Giovanni. In parrocchia fece fare, invece, una nuova “paratora” ad opera del falegname Mastro Cartaro da Cagliari”. Il rettore Domenico Mura (1775-1782) a sua volta fece rinnovare i muri del cimitero di San Giovanni. Sostanziali lavori furono promossi anche dal rettore Federico Prinzis, che nel 1789, con una spesa di 123 lire, fece rifare il nuovo pianellamento della chiesa, in pietra, e rinnovò anche le finestre e vetrine. Nel 1792 “fece chiudere con muro la piazza di San Giovanni” (spesa 87 lire), Nel 1793 rifece le porte della chiesa parrocchiale e nel 1798 rifece il tetto della chiesetta di San Giovanni. Morì a soli 45 anni e fu sepolto dentro il presbiterio della parrocchiale. Agli inizi del sec. XIX (1803), rettore della parrocchia venne nominato Giuseppe Maria Locci, “di Guspini”. Tra le notizie riportate dal documento di Severino Tomasi si evince “Nel 1804 fece rifondere in Villacidro una campana; altra ne fece rifondere a San Gavino, nel 1809, ma ambedue dovettero essere rifuse nel 1820, dal fonditore Raimondo Mongia e sono le attuali più grandi esistenti. Nel 1809 fece fare un grande restauro alla chiesa di San Giovanni, nel luglio 1831, benedì il nuovo altare della Vergine del Carmelo. Quando morì, lasciò i suoi beni alla parrocchia”. Il successore, il rettore Ignazio Soru, nel 1837, “fece fare, dal falegname Gregorio Cadeddu e il fabbro mastro Prenza, un confessionale per la spesa di 50 lire e nel gennaio 1838 fece realizzare dall’orefice Montaldi un nuovo ostensorio d’argento con dorature. Nel 1837 a Genova fece eseguire una nuova croce parrocchiale”. Da segnalare anche che nel 1839, “intorno alla chiesa di San Giovanni, rinnovò le loggette per botteghe di rivenditori delle annuali feste”. [caption id="attachment_105728" align="alignleft" width="442"] Lavori all'interno della chiesa (foto archivio Masala)[/caption] Anche il rettore  Giuseppe Pusceddu ( 1849-1886) si segnalò per importanti interventi nella chiesa parrocchiale: nel  1859, “fece edificare dal muratore Melis e manovali Orgiu e Garau, l’altare maggiore, in marmo, realizzato dal marmista Andrea Ugolini”, per  sostituire quello in legno, del “500, distrutto da un incendio (si salvò solo la parte superiore che fu poi trasferita nella chiesa di San Giovanni), insieme al  nuovo altare fu costruita  pure, la balaustra in marmo, nel 1859, al posto di quella in legno preesistente, e furono eseguiti i lavori di pianellamento dell’intero presbiterio. Il portone d’ingresso fu realizzato nel 1870 dal falegname Casti Giovanni di Sardara; in questo periodo. Fu realizzata anche la fonte battesimale: la parte superiore in legno, fu lavorata dal Casti, la parte inferiore, in pietra da Santa Severa di Gonnos, fu lavorata da Antonio Cabras. In questo periodo, essendo Rettore Sebastiano Vinci  (1886-1892, in parrocchia non esisteva un organo, per accompagnare le funzioni religiose, (nel 1860, prestava la sua opera di zampognere mastro Giuseppe Serra e nel 1886  Antioco Porcu), mentre nel 1887  si parla di  sig. Domenico Cossu, organista in quanto il rettore Vinci acquistò un piccolo armonio. Nel 1888, il rettore, fece un generale restauro della chiesa e nel 1890 “fece trasportare molti cantoni di pietra da Mogoro, la cui lavorazione fu affidata allo scalpellino Mastro Paxis in preparazione del nuovo campanile”. Per le campane esisteva già una costruzione per sostenerle, ma il rettore Vinci pensò di sostituirla e stipulò con mastro Paxis un contratto per la costruzione di un nuovo campanile.Il progetto prevedeva una struttura in pietre sarde fino alla cupola con la volta in mattoni e il rivestimento con mattonelle verniciate e una croce sulla sommità, ma durante la demolizione, nel 1889, ci si accorse che la base della vecchia costruzione non poteva reggere la nuova struttura. I lavori vennero bloccati. Anche perché il rettore Vinci, secondo la protesta inviatagli dal Paxis, tramite la pretura di San Gavino, doveva accollarsi la spesa di rinforzo della base del vecchio campanile, oppure rescindere il contratto. Nel frattempo il canonico Vinci morì e i lavori furono portati a termine dal rettore Francesco Largiu (1894-1911). La struttura, attualmente, è diversa dal progetto originario, s’imposta nello spazio tra la seconda e terza cappella a destra e vi si accede dall’esterno tramite una scaletta in pietra. (continua)

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