di Don Efis Cai e iI C.C.C.C. (Comitato Cívico Civile Cittadino)
Parte II
Continueremo a metter in luce tutte le realizzazioni del XVIII e XIX sècolo, di grande importanza e originalità, vorremmo dire singolarità, nella successiva Parte, considerando che riteniamo giusto ciò che è necessario súbito proporre ai nostri graditi Amministratori per volontà democràtica, sia per il nostro bene sia per la nostra “villa-cidrese” Comunità Cívica Civile Cittadina sia per la nostra risorgente “città”.
Bisogna rispettare per sempre le zone centrali del paese evitando il passaggio delle auto, eccetto quelle dei residenti, come la Via Gialeto*, che dovrà esser percorsa a piedi o, con le motociclette e le autovetture degli aventi diritto, in senso único, dalla Via Roma alla piazzetta del Lavatoio, entrando solo all’altezza della casa dell’último síndaco democristiano del 1975, Francesco Matta, e dei suoi familiari; si eviterà di far uscire le auto dalla strettoia sulla via principale del paese, la via Roma, violentata dai tubi verticali che impedíscono il lògico diritto di precedenza. E si àpplichi la cosiddetta ZTL (Zona a Tràffico Limitato), là dove dovrà èssere pedonàbile anche la Via Sant’Efisio (esattamente la Fluminera coperta) nata per ospitare píccoli negozi d’artigianato, d’antiquariato, d’arte, ecc…; e, ancora, la Via Càrceri, con il senso único in salita dalla piazzetta detta “Rondò”, per evitare l’uscita con la parallela Via Parrocchia, poco piú di un metro l’una dall’altra, nella rotatoria;
È necessario studiare con estrema lògica la situazione del movimento automobilístico nelle tante strade del paese che non perméttono facilmente il doppio senso (Via Tuveri, Via Eleonora d’Arborea, Via Giovanni XXIII, Via Vittorio Emanuele II, Via Iglesias… E tante altre sono le strade a doppio senso...
Il “Parcheggio centrale” comunale risolverebbe il problema, fin ora irrisolto, delle tantíssime auto, in incessante confusione, prepotenza e inciviltà, prive di rispetto d’ogni precedenza, velocità pericolosa, da parte dei conducenti e, da anni, anche a causa della continua assenza di polizía urbana, qua e là posteggiate, ora nelle rotatorie, ora in curva e al límite dei semàfori e sopra i marciapiedi e sotto i divieti di sosta e parcheggiate contromano e senza rispettare i tempi concessi e, di giorno e di notte, sistemate in posizioni e luoghi molto pericolosi, persino nelle strettoie con il màrgine sul precipizio.
Nella parte di sufficiente profondità dell’orto del Palazzo vescovile di proprietà del Vescovato alerese, sotto la zona nord del “Rondò” oltre il muro, si può edificare un piano terra con altri tre piani superiori collegati con aèree stradette tutt’intorno per scèndere e risalire con le autovetture fino all’uscita sulla rotatoria tra la Via Parrocchia, la Via Giuseppe Dessí e la Via San Giovanni XXIII. Lo spazio permetterebbe di far parcheggiare almeno una buona metà di tutte le autovetture dei Villacidresi.
Sarebbe risolto ogni problema di parcheggio per poter liberare le strade del centro dalle auto che impedíscono ai pedoni di camminare serenamente, senza perícoli e con un gran vantaggio per i negozianti e gli acquirenti.
È molto importante per il nostro paese realizzare alcuni spàzi comunali per concèdere sedi permanenti di diversi musei che potrèbbero esser riconosciuti pubblicamente sotto il patrocinio perenne degli Amministratori, come il “Museo d’Arte pittòrica e scultoria” che sarebbe intitolato alla memoria dell’Artista del trascorso Novecento villacidrese, Mario Anni, tra i piú grandi pittori sardi, anche se meno noto; il “Museo d’Arte naïf”, il Museo della “Poesía in cornice”, purtroppo chiusi dagli últimi sei mesi del 2019 fino ad oggi, nelle stanze del palazzo vescovile, gratuitamente affidate all’O. D. A., grazie al monsignor Àngelo Pittau. Si potrèbbero adoperare, con píccole modificazioni, i piani superiori dell’ex “Mulino Cadoni”.
È importante, soprattutto quanto prima, risòlvere il problema del corso d’acqua invernale del Leni che impedisce ai residenti di là dal torrente e a tutti I proprietàri di animali e lavoratori della terra che quotidianamente òperano nella sua sponda destra, costretti a percórrere l’única strada che va oltre le colline, dalla pianura della regione intorno alla Via Nazionale, fino alla discesa verso le valli, detta “sa cabada ‘e is begas” (la discesa delle valli), attraversando il “ponte romano” per proseguire verso sud- sud est; oppure passando con difficoltà tra fossati e sommità, poiché da mesi e mesi l’àlveo del torrente è totalmente pieno di pietre, massi, crepe profonde, improvvise grandi buche e vuoti pericolosi nella discesa attraverso il guado verso la zona detta “Coloru, Caboru” (Biscia), davvero impraticàbile nell’incosciente annosa indifferenza di Consiglieri, di Assessori, di Síndaci del nostro paese, soprattutto nel período della piena d’acqua. È necessario costruire un collegamento sopraelevato sui canali di scorrimento che permetta agli automezzi di attraversare l’impetuoso torrente, al livello delle due strade di terra, dal paese fino alla sponda destra del Leni, verso le colline di Coloru e le alte regioni campestri di là dal corso d’acqua.
Già è stato ripulito, per volontà immediata degli attuali Amministratori, il breve tratto del lungo corso del Leni che conteneva due montagnette di sabbia e pietre, una nella parte in direzione della fonte e l’altra in quella bassa, verso la lontana foce, di qua e di là dal guado, dove è impossíbile passare nell’opposta riva, quando scorre l’acqua invernale, naturalmente pericolosamente “torrenziale”, impedendo ai contadini, agli agricoltori, agli allevatori, agli abitanti di poter lavorare nei loro campi, nei loro giardini, nei loro orti, nelle stalle, negli allevamenti, nelle case, di là dalla fiumara, furiosa d’autunno e d’inverno, secca e morta d’estate. Han già fatto il primo passo. Speriamo che incomíncino a fare doverosamente sapientemente il passaggio vitale per diciannove famiglie e decine e decine d’animali e centinaia di piante da frutto. Tutti han diritto di poter vívere sani ed attivi. Dagli anni Cinquanta dello scorso sècolo niente è stato fatto. E quasi tutto ciò che è stato fatto, altrove, fuori del torrente, è stato fatto male.
Per incentivare il turismo e dare maggior risalto ad un paese “naturalmernte speciale” come la nostra “Villa di qua e di là” (è tempo di finirla con la storiella del “Paese dei cedri”), è giusto dare una mano d’intervento tècnico di sostanza ingegnerística per rèndere continua l’attività della cascata naturale de “Sa Spéndula” (che ha per nome proprio un nome comune sardo, ossía “La Cascata”), alta circa 20 metri (in realtà si tratta di una cateratta con tre conche rocciose a gradino, dove la parte superiore è meno esposta verticalmente), attraverso il recúpero dell’acqua nel período primaverile ed estivo con canali e tubazioni che la ripòrtino in alto con immediata spinta, dalla base, e anche traèndola in parte dalla zona alta, dove è contenuta nel bacino del “Monti Margiani” (Monte Volpe), con la potenza dei motori. In fondo in fondo, anche la Cascata delle Màrmore (cosí son dette le rocce o, meglio, le incrostazioni delle rocce della cascata di Terni, chiamate anche pietrespugne), alta 165 metri, è una cascata naturale con acque che vengon giú dal fiume umbro Velino, ma con accorgimenti tècnici, ché l’acqua viene condotta fino al punto in cui precípita, attraverso canali, tubi, chiuse e guide regolàbili.
Tra le altre importanti novità, è indubbiamente essenziale l‘intervento tècnico per rèndere piú bello, attraente, invitante, prezioso, único, il nostro paese, con il fàscino perenne della nostra cateratta-cascata “Cascata”. Sí. Sa Spéndula.
* È tempo che un serio amministratore del Comune di Villacidro decida finalmente di eliminare il nome Gialeto (una volta era scritto “Gialetto”, come “Via pinetta”) che intítola la stradina stòrica del paese, “Sa ‘ia ‘e sa mitza” (La via della sorgente), poiché il personaggio è un’invenzione delle false Carte d’Arborea che “falsamente” índicano il primo “re” della Sardegna. Sono tanti I nomi che “potrèbbero mantenere memoria meritata per sempre e non il nome di un inesistente, inventato da due imbroglioni pseudostòrici alla ricerca di denari, che non vogliamo nominare. Come esempio, suggeriamo: Via Medaglie d’oro (combattenti, prigionieri, feriti, ínvàlidi, morti in guerra). E si modífichi sia il senso di marcia verso il Campo sportivo nella cosiddetta “Via Regione sarda”, (sia il nome mutato súbito in “Via Regione Sardegna”) per evitare brutte figure con risate amare e non pensare a “Cort’ ‘e perda” o, peggio ancora, a “Funtanedda”, che ci rattristerebbe per la sua distruzione; ma neppure a “S’‘úturu ‘e is ortus”, la gola degli orti, nonostante il suo poètico ricordo, ingoiata tra la via Parrocchia, la via Giuseppe Dessí e la via Repúbblica.
(Continua)
© Riproduzione riservata