Quale futuro per il Medio Campidano e l’Alta Marmilla?


Da decenni, il territorio dell’ex provincia del Medio Campidano e quello dell’Alta Marmilla, vivono un’emergenza geo-politica -che si traduce in un disequilibrio geografico- che ha provocato un terremoto sociale e antropologico con lo sconvolgimento delle tradizionali strutture sociali ed economiche che duravano da secoli. Lo spopolamento, in atto dagli anni ’50 del Novecento, è il risultato di questo processo che vede ancora oggi centinaia di persone lasciare le aree interne per stabilirsi nella fascia costiera e, in minor misura, nella penisola e all’estero. Da una recente indagine condotta dal Centro Studi SEA di Villacidro è emerso che i 28 comuni dell’ex provincia del Medio Campidano, comprendente la bassa Marmilla, il Campidano irriguo e l’ex area mineraria, tra il 2002 e il 2017 hanno perso quasi 7.000 abitanti, circa il 7%  della popolazione media del periodo preso in considerazione. Si è passati dai 105.316 abitanti del 1 gennaio 2002 ai 98.409 del 1 gennaio 2018. «Pocos, los y maleunidos». Tutte le misure socio-economiche adottate in questi decenni sono miseramente fallite. Perché? Credo che alla base di questi fallimenti ci sia ancora una mentalità che può essere racchiusa e spiegata con la frase «pocos, locos y maleunidos» -riferita ai sardi da un luogotenente dell’imperatore Carlo V quando nel XVI secolo quest’ultimo soggiornò in Sardegna, rimanendo a contatto diretto con la classe dirigente locale- che investe la società civile, ma soprattutto la classe politica e quella dirigenziale. Mi riferisco a quella mentalità o atteggiamento, retaggio del feudalesimo e di quel sistema feudale abolito in Sardegna nella prima metà dell’Ottocento, che ancora oggi costituisce un grosso limite alla progettazione e costruzione di una Sardegna differente. Pertanto, si tratta di capire  se,  ancora oggi, c’è la volontà, da parte della società civile e della classe politica isolana, – come ha scritto lo storico Paolo Fadda in un recente commento pubblicato da “L’Unione Sarda”- di venir fuori dalle convenienze clientelari, dagli scontri inconcludenti e dai calcoli elettorali a brevissima scadenza [e] di uscire fuori dalle sabbie mobili di pratiche stantie ed infeudate nel semplice mantenimento del potere e dal corto respiro». Non è un caso se, anche nel nostro territorio, diverse lodevoli iniziative, anche di respiro internazionale, messe su in piedi in campo economico sono state vittime, purtroppo, degli «scontri inconcludenti» e di «pratiche stantie ed infeudate». Uscire fuori dall’immobilismo. Uscire fuori dalle paludi delle politiche dal corto respiro si può. Occorrerebbe che la società civile, la classe politica e quella dirigenziale, abbiano la voglia di progettare il futuro di un territorio e di un’isola dalle ricche potenzialità, superando quelle logiche di basso profilo finalizzate al mantenimento del potere, ma senza futuro per l’intera collettività. Urge un nuovo piano di rinascita, basato su una pianificazione territoriale che coinvolga tutte le parti sociali, economiche, politiche e sindacali per stabilire verso quali obiettivi indirizzarsi, senza imposizioni dall’alto, per coordinare le iniziative e le attività dei comuni, che pure esistono, ma che sono isolate, spesso anche non supportate a livello regionale; per riqualificare le infrastrutture; per utilizzare e valorizzare sia le professionalità che le risorse del territorio; per arrestare la dispersione scolastica. Gramsci, in una lettera a un suo amico scriveva: «Un punto solo mi fa stupire di te; dici che non riprenderai più gli studi. […]. Chi non studia in gioventù se ne pentirà amaramente nella vecchiaia». E come dire che non ci sarà futuro. Due proposte concrete. Prima proposta. Poiché tutte le comunità producono rifiuti e hanno il problema di smaltirli, anche noi dobbiamo essere in grado di farlo, trasformandoli in energia, nel rispetto dell’ambiente e attraverso l’utilizzo delle più moderne tecnologie. A distanza di anni, rilancio la proposta di realizzare un termovalorizzatore nell’area industriale di Villacidro, ossia un impianto industriale dimensionato alla reale raccolta di rifiuti che li elimini bruciandoli e che con il calore prodotto da questa combustione si produca energia. Nei Paesi del Nord Europa, che hanno una grande sensibilità ambientale, sono molti diffusi. Producono energia, che poi si vende e i ricavi prodotti sono reinvestiti in infrastrutture e servizi per la collettività. Seconda proposta. Adoperarsi perché la lingua, la storia e la cultura della Sardegna diventi materia curricolare, così come avviene in Trentino Alto Adige per il tedesco e il ladino, da poter insegnare nelle scuole di ogni ordine e grado. Un modo per valorizzare la nostra identità e per creare nuovi posti di lavoro nel mondo della scuola. Per concludere, la politica è la più alta forma di carità. Certamente, ma solo se non si impantana negli «scontri inconcludenti» e nelle «pratiche stantie ed infeudate». Martino Contu     

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