La Sardegna porta a livello nazionale il proprio modello pubblico integrato per il recupero della fauna selvatica, presentato al 1° Convegno nazionale, promosso da Lipu (Lega Italiana Protezione Uccelli) e WWF.
Nel corso dell’incontro, l’assessora della Difesa dell’Ambiente Rosanna Laconi ha illustrato un sistema strutturato come presidio avanzato di politica ambientale e sanitaria, basato su una regia pubblica regionale e su una rete organizzata su due livelli: i Centri di recupero della fauna selvatica di Monastir e Bonassai, dedicati ai casi complessi, e i centri di primo soccorso diffusi sul territorio. Centrale il ruolo dell’Agenzia Forestas, che garantisce gestione operativa e integrazione con il sistema pubblico.
Nel 2024 il sistema ha preso in carico oltre 2.500 animali, consentendo di costruire una base dati utile a individuare le principali cause di ingresso, riconducibili in prevalenza a pressioni antropiche: incidenti stradali, elettrocuzione, avvelenamenti, contaminazione da piombo, bracconaggio e patologie infettive. Tra le criticità emergono anche quelle legate alla fauna marina e agli impatti delle attività umane sugli ecosistemi costieri.
I dati raccolti evidenziano problematiche di rilievo nazionale, in particolare per l’elettrocuzione dell’avifauna. La Regione contribuirà quindi alla definizione di una posizione condivisa in sede di Conferenza delle Regioni, con l’obiettivo di promuovere una normativa organica e standard tecnici omogenei per la prevenzione dei rischi legati alle infrastrutture energetiche.
Il modello sardo si inserisce nell’approccio One Health, che integra salute ambientale, animale e umana, e punta a rafforzare il ruolo dei centri non solo nella cura, ma anche nel monitoraggio e nell’orientamento delle politiche pubbliche.
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