Mariangela Dui è a Milano per la prima volta, ne è giustamente un poco spaventata anche se la trova bellissima, piena di giovani dice. Lei che è del '59 si può dire abbia scritto un solo libro: Meledda, nel dialetto di Lula, vincitrice del “Grazia Deledda” nel 2005 (in realtà è appena uscito un suo: “Ospitare in B&B”, piccolo manuale per rendere indimenticabile il soggiorno in B&B, Book Sprint ed.). Ci racconta di come l'avesse iniziato in italiano, anche per lei l'aver frequentato il liceo a Cagliari aveva rappresentato quasi uno stacco definitivo dalla lingua madre, da qui tutto un lavoro di ricerca filologica di modo di dire, di modi gergali, indispensabili all'economia sintattica e di scrittura del romanzo. Un po' “separatista” Mariangela ma appunto per questo con una visione del mondo assolutamente aperta, un dramma per la madre che ha una figlia studente di giurisprudenza a Napoli ( città di cui si finisce per innamorarsi): “tornerà da continentale”. Troppo emozionata per parlare a braccio ( ma lo farà dopo) legge un testo scritto che dice dell'isola nell'isola che è la Barbagia interna di cui, al solito, hanno scritto solo maschi. Nonostante le “Dee madri” che hanno sempre posto l'accento sulla centralità della donna sarda, perno casalingo della pastorizia transumante delle genti di barbagia. Donne che hanno dovuto subire l'industrializzazione degli anni '70, cernitrici in miniera anche a Lula, dove nacquero i primi scioperi e i primi fermenti di sindacalizzazione. I primi moti spontanei di proteste popolari di massa, contro il maledetto progetto del poligono militare di Pratobello. “Meledda” ci parla di una Sardegna di fine ottocento, in cui il racconto orale era ancora predominante, e tutti parlavano in limba, cita Franciscu Masala: “Sa limba è sa storia de su mundu”. “Sono autonomista, penso che sia una buona cosa restituire dignità ad un popolo. Prima sono sarda. E mi stupisco che la scuola odierna nulla dica della storia dei sardi. Cosa hanno combinato gli spagnoli, i Savoia, con i loro incomprensibili dazi. Le prime dieci pagine del mio libro le ho scritte in italiano (scrivevo dalle 11 di sera alle 5 del mattino) ma non procedevo spedita, quando ho seguito il consiglio di quelli che mi hanno spronato a trasformarle in sardo è stato tutto più semplice, naturale. E in questa Meledda ho trasfuso quello che vedo nella “vera” donna sarda. C'è l'oralità che impera, l'io narrante è quello di una giovane nipote”. Tocca a Pasqualina Deriu raccontarci della sua esperienza di sarda-immigrata: “Io scrivo in italiano malgrado in casa, a Silanus dove sono nata, si parlasse in sardo. Quelle del mio paese sono note come donne dalla testa storta, insomma hanno un caratterino tutto particolare, sono ricche di perseveranza e determinazione, sono “donne contro”. Già allora, primi anni cinquanta, rifiutavano i matrimoni combinati. Facevano scandalo le ragazze di Bolotana che andavano spose a quattordici anni. Molte partivano in continente, infermiere. Pensavano al singolare. Eppure rispettose dei riti, delle feste campestri, e un forte rapporto con il magico. La sacra follia che vuol vedere il cielo tra le fessure della roccia delle janas”. Legge Pasqualina alcune delle sue liriche che parlano alternativamente di “gialle pavoncelle, color argilla la figura” e del “lamento antico al cosmo indifferente”.
Nel 2018 è uscito il suo “Le cose cadute” (la Vita Felice ed.) , sono poesie dedicate a una madre molto amata che si inabissa inesorabilmente nelle profondità dell'Alzheimer: “E devo camminare senza /lo spirito del luogo./Per ritrovarlo ho solo il bianco marmo/ le foto un po' sbiadite/ col sole a picco che pungeva/ forte negli occhi/ tra filari di viti impazzite/. Qualcuno chiede a Mariangela Dui come si diventa scrittrici sarde ed allora spunta come d'incanto la figura di una nonna fantastica, di Ozieri, ricca di famiglia, il padre segretario comunale, che ha potuto studiare dalle suore, per cui scriveva le lettere per tutti i militari che capitavano in paese. Sposa uno povero in canna e viene naturalmente diseredata, salva solo i suoi pennini per scrivere e un tavolino “che ho ristrutturato io”. Ha due figli che emigrano in Brasile che le scrivono regolarmente, e arrivavano a Lula quelle lettere fantastiche per via aerea dove si parlava di una terra chiamata Argentina che è più grande 50 volte la Sardegna. E un mio zio ci finì anche a fare l'agrimensore nella Terra del Fuoco. Cosa poteva immaginare una bimba di sette anni dinnanzi a tanta narrazione? Poteva solo cominciare a sognare. E ora a scrivere di quei sogni. Perché, dice la Macciocu, la memoria è importante per capire il mondo che cambia. Nel suo ultimo libro: “Tango rosso” (Golem ediz.) il mare della Liguria diventa inevitabilmente ricordo di quello di Sardegna, che ritorna nella scrittura a centri concentrici. Entra anche in “Mal'Amore No” ( Se non ora quando, Torino) dove “l'essenzialità della forma poetica riesce a offrire immagini immediate di prepotenze e sopraffazioni materiali e morali, di paure, sconfitte, rassegnazioni, disagi, incomunicabilità, falsi miti,stereotipi, speranze di liberazione e riscatto. A pag.64: Sarde: “Avevano del mare terre di nulla,/ ai balentosi maschi pascoli e piane d'oro./ Avevano le chiavi del fuoco e d'alte corti/ schive, di stirpi, onore, di silenzi e/ nenie di sangue a padri e figli spenti./ hanno sfidato pietre, e venti, ed acqua forza/ dieci, hanno passato mari sorpresi e ostili,/ e toccato cocciute suoli stranieri con/ piedi nudi e incerti./ Ora vanno nel mondo, esposte come tutte,/ a tracciare sentieri di voce ritrovata/ impastando la Storia con lacrime di sale,/ nei loro sguardi attenti e spesso austeri/ cova memoria di prigione./ Non vi dirò del dibattito finale sui vari Fois e Murgia e Niffoi, con Tonino Mulas, già presidente Fasi che interviene dicendo di Pigliaru e Giacobbe e Satta Salvatore, Pasqualina Deriu che se lo è sposato che saranno quasi cinquant'anni, ce lo rende oggi più simpatico per la dedica che gli fa ne “Le cose cadute”: “A Tonino che ogni giorno mi portava una rosa”.
Sergio Portas
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