Simbua frita cun satitzu o pullenta de trigu arista niedda


di Roberto Loddi
  È un fascino antico e autentico quello che avvolge la mia Sardegna, chiudo gli occhi e il mio animo nostalgico si alza in volo. La storia della cucina isolana affonda le proprie radici nella notte dei tempi, è unica, rigorosa, ricca di profumi e deliziose sorprese. Si risale agli albori della storia, con consuetudini ben radicate, che comunicano orgoglio, genuinità e peculiarità di un sistema enogastronomico, che giornalmente deve difendere la qualità delle materie prime dagli attacchi di un mercato sempre più spregiudicato ed esigente.  Proprio sulla qualità degli ingredienti la cucina sarda pone particolare attenzione e cura, questo accade anche grazie all’attaccamento del suo popolo alle tradizioni, all’impegno della Regione, degli addetti ai lavori e delle Pro Loco, che operano con impegno in quasi tutti i paesi della Sardegna, divulgando e mantenendo salde e in vita le usanze, l’agricoltura, la pastorizia e il patrimonio culinario che questa meravigliosa terra custodisce e le pietre evocano un ricco mondo passato. Gli operatori del settore con l’impegno dei Comuni e delle Pro Loco, ogni anno promuovono l’arte di cucinare come una scuola di vita e passione, attraverso appuntamenti, rassegne e sagre, con le quali divulgano pezzi di storia e tradizioni. Un esempio di questo impegno è il paese di Villanovaforru, Biddanoa 'e Forru, piccolo centro agricolo di circa 600 anime, immerso nel cuore della Marmilla, generoso territorio del Medio Campidano (ritenuto per lungo tempo granaio di Roma antica), oggi riferimento significativo del settore archeologico e intellettuale, per merito del ritrovamento del nuraghe “Genna Maria” e all’apertura del museo archeologico. Tante sono le iniziative prese per tenere in vita le tradizioni, le usanze e il folclore, come quella della, simbua o simbula frita cun satitzu, semola fritta, alla quale ogni anno, nel mese di settembre viene dedicata una sagra con degustazioni gratuite. Il piatto è stato riconosciuto dal Ministero delle Politiche Agricole come “derrata agroalimentare tradizionale della Sardegna”. Gli ingredienti essenziali per realizzare sa simbula frita sono la farina di semola di grano duro sardo, varietà Senatore Cappelli, ormai divenuto grano sardo dal 1920, la cipolla di, Zeppara, (florida area della Marmilla), ciccioli di maiale, gerdas, berdas, salsiccia semistagionata, satitzu, lardo rosa, ladru, lardu, tzini, brodo di pecora, oppure vegetale e in mancanza di questi ultimi, acqua di fonte. Questo piatto tramandato da generazioni è di gagliarda prelibatezza, anche se un tempo non era così ricco di ingredienti come quello attuale. Sa simbula frita cun satitzu, è una preparazione in uso anche nella cucina agro-pastorale delle comunità del Medio Campidano e gli ingredienti sono pressoché simili a quelli utilizzati a Masullas, con componenti poveri e nella disponibilità di tutte le cucine e, con i tempi che corrono, è una cosa di non poco conto. A San Gavino Monreale, oggi nota come la città dell’oro rosso per via dell’importante produzione di zafferano a livello nazionale, sa simbula frita cun satitzu. In parecchie antiche famiglie la preparano ancora impreziosendola con lo zafferano. In altri paesi ancora del Medio Campidano cucinano questa piacevole gustosa pietanza, con svariate varianti e con diversa maestria, tradizione personale e particolare magia nell’esecuzione, ma l’ingrediente che accomuna tutte le ricette è la semola. Ingredientis: 1 bella cipolla di Zeppara (vasta area florida della Marmilla), g 100 di pancetta dalla riga rossa, g 50 di strutto, germogli teneri di rosmarino, g 100 ciccioli di carne con lardo di maiale, g 200 di salsiccia non troppo stagionata (2 settimane), g 350 di semola grossa di grano duro sardo, brodo di pecora o vegetale o acqua di fonte, g 50 di fettine sottili di lardo rosa, olio extravergine d’oliva, sale q.b. Approntadura: monda, pela la cipolla, battila assieme alla pancetta con un ciuffo di rosmarino e la poltiglia ottenuta falla appassire dentro a un capace recipiente di terracotta dalle pareti alte, olla manna, con lo strutto, un generoso giro di olio, i ciccioli e 150 g di   salsiccia a rondelle. Trascorsi cinque minuti, unisci un litro di brodo di pecora bollente e prosegui la cottura fino a quando il brodo riprende l’ebollizione. Solo allora, tuffaci la farina a pioggia così come si fa quando prepari una normale polenta e con l’aiuto di una frusta a trama larga mescolala continuamente in modo da evitare la formazione di grumi. Prosegui la cottura a fiamma moderata per tre quarti d’ora circa e aggiungi altro brodo bollente qualora la preparazione tendesse a diventare troppo soda, quando mancano pochi minuti al termine della cottura, sa simbula, dovrà risultare densa e senza grumi, allorché regola il sapore di sale ed impreziosiscila a piacere con una macinata di pepe. Prima di portare la pietanza in tavola, arricchiscila ulteriormente con le fettine di lardo, quelle di salsiccia tenute da parte e infine un filo di olio. Vino consigliato: Cannonau di Sardegna rosato, dal sapore sapido, tipico e asciutto.    

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