Guspini, solidarietà ai lavoratori della Portovesme srl dalla segreteria del Partito Democratico

di Maurizio Onidi ___________________________________________   Manifestazione di solidarietà ai lavoratori di Portovesme e San Gavino Monreale è stata espressa dalla segreteria cittadina del Partito Democratico, con un comunicato a firma del neo segretario Sandro Renato Garau, con l'auspicio che la vertenza possa concludersi positivamente salvaguardando i piani occupazionali in una delle zone più povere della Nazione. [caption id="attachment_87956" align="alignleft" width="191"] Sandro Renato Garau[/caption] "Premessa l’importanza strategica nazionale di Portovesme srl in quanto unico produttore italiano di zinco e piombo da primario. Definito sito d'importanza strategica nazionale dallo stesso Ministero. Appreso che 1.500 lavoratori della Portovesme srl andranno in cassa integrazione e 62 lavoratori interinali di Portovesme e San Gavino saranno licenziati  che gli stessi lavoratori sono dovuti ricorrere ad atti estremi arrampicandosi e asserragliandosi in quattro sulla ciminiera a 100 metri di altezza per difendere il loro posto di lavoro e respingere il piano licenziamenti avviato dall'azienda. Costatato che gli accordi sindacali sottoscritti nel gennaio scorso tra la Regione Sardegna, Portovesme Srl, RsuPortovesme Srl e Segreterie Territoriali Filctem Cgil, FemcaCisl, Uiltec Uil e le confederazioni territoriali Cgil, Cisl e Uil", non sono stati rispettati che il 28 febbraio era la data ultima per “presentare le soluzioni tecnico-giuridiche per interrompere la procedura di fermata dell'80% delle attività della Società, con la chiusura di interi reparti e dell'impianto di raffinazione di San Gavino Monreale”. Valutato che un accordo energetico consentirebbe la ripresa delle attività negli impianti fermi e, quindi, la conseguente rioccupazione dei lavoratori, il Circolo di Guspini del Partito Democratico esprime piena solidarietà ai lavoratori in lotta e auspica che l’incontro convocato dal ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso per il 3 marzo dia risultati concreti in grado di far rientrare la vertenza".       ...

Il mondo agricolo nei secoli

di Francesco Diana __________________________________________   Chissà come i nostri avi sardi avrebbero commentato i seguenti versi del grande poeta latino Virgilio, trent’anni prima della nascita di Cristo: «Oh, i coltivatori della terra, gli uomini più felici! Se solo comprendessero la loro fortuna quando su di loro la terra profonde i suoi doni, lontano dal clangore delle armi»! Chissà come avrebbe commentato questi versi “Meìstu tranquillu”, tanto per citarne uno a caso, quando nella Forru di un tempo c’era chi, per sostenere la famiglia, si trovava costretto a coltivare con l’uso della sola zappa anche i terreni ubicati nelle aree più impervie, dov’era precluso anche l’impiego del bestiame da lavoro! La loro felicità, rispetto a quella decantata da Virgilio nel periodo antecedente la nascita di Cristo, semmai goduta ed espressa, discendeva esclusivamente dalla consapevolezza di aver garantito il necessario sostentamento alla propria famiglia, che li portava anche a usufruire delle gioie agricole e pastorali, secondo la concezione della popolazione romana dell’epoca. In realtà anche la popolazione romana dell’epoca, specie dopo l’evento dell’imperatore Augusto, aveva ben poco di che gioire dallo svolgimento dell’attività agricola e pastorale, nel complesso abbastanza simile a quella praticata dai nostri nonni nell’amata terra di Sardegna, entrambi schiavi del proprio lavoro. Tutti, come il predetto “Meìstu tranquillu” in epoca più recente e il padre di Virgilio ai suoi, disponevano di una piccola azienda che conducevano col sudore della fronte, ma da persone libere benché, appunto, condizionate dalla durezza del lavoro. Il regime fondiario nell’antica Roma subì un radicale cambiamento intorno al 201 a. C., dopo aver sconfitto i Cartaginesi con la guerra punica e assunto, conseguentemente, il controllo di quasi tutta l’Italia. Come in tutti i conflitti, successe che molti agricoltori-proprietari terrieri rimasero uccisi e le loro aziende ipotecate o addirittura abbandonate. In conseguenza di ciò, furono acquisite dai pochi superstiti che disponevano di adeguate risorse finanziarie, in particolare dalle fiorenti famiglie patrizie, alle quali dette risorse non mancavano certamente. Queste ultime diventarono latifondiste, sia per la convenienza economica dell’investimento e sia perché, non coltivando direttamente i terreni, sapevano di poter contare sulla mano d’opera costituita dagli schiavi, il cui mercato era particolarmente fiorente per effetto delle campagne militari vittoriose. In merito a quanto sopra, nel suo “De agricoltura” scritto intorno al 160 a. C., Marco Porcio Catone scriveva che l’agricoltura dovesse essere indirizzata verso la produzione di vini e olio d’oliva, seguiti dall’allevamento del bestiame, ovino in particolare, mettendo per ultimo la coltura dei cereali. Ovviamente la principale forza di lavoro impiegata in agricoltura da parte dei latifond ...

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