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Minestra de basoleddu o denti di 'eccia a sa sarda
di Roberto Loddi de Santu 'Engiu Murriabi _______________________________________ [caption id="attachment_51089" align="alignleft" width="160"] Roberto Loddi[/caption] La cicerchia (Lathyrus sativus L., 1753) è stato il legume fonte di vita delle comunità meno agiate per secoli nel corso delle carestie, anche se bisogna prestare molta attenzione nel consumarlo abitualmente per lunghi periodi, in quanto provoca una spiacevole malattia neurologica, il latirismo, per la presenza nella cicerchia di un amminoacido tossico per l’apparato nervoso. La cicerchia conosciuta anche come “legume maledetto”, appartiene alla famiglia delle fabacee, proviene dall’Asia, dall’Africa orientale e in quantità minore dall’Europa. Il legume, ricco di proteine e buona fonte di ferro, si coltiva limitatamente e a livello amatoriale ancora nel centro sud e in Sardegna e predilige terreni torridi e secchi. La cicerchia è conosciuta anche con il nome di Pisello d’erba, Pisello indiano o Veccia indiana, ma anche Veccia bianca. In Spagna si chiama Almorta, Guija, Pito, Tito o Alverjón, in Grecia Latiro, in Etiopia Guaya, in India Khesari, in Italia generalmente Cicerchia, in Umbria Cecere, famose quelle di Colfiorito, in Abruzzo Chichìrche, in Campania Cicércula, in Puglia Screziata della Murgia, Grande di Gravina, Cecerchia Tolica, Tolaca, Dolica, Dolaca Cecèrchie, in Basilicata Cicerchia lucana, in Calabria Cicercula, in Sicilia Rumanedda o Iciruòccolo, in Sardegna, Basoleddu, Denti di 'eccia, Piseddu o Inchixia, Piseddu areste, Pisu fa, Denti becciu, Chericu, Cherigu, Pisu de colore, Pisu de caboru, Fravaria, ma in Italia esistono tanti altri nomi dialettali utilizzati per indicare la cicerchia. Columella, nel suo “De re rustica”, tratta della cicerchia ritenuta originaria della Turchia e abitualmente utilizzata nell’Impero Romano come alimento del popolo e degli animali. Nel trattato “Historia Naturalis”, Plinio il Vecchio attribuisce alla cicerchia la proprietà di far guarisce tutti i mali, lenire le piaghe e combattere l’epilessia, oltre a mettere in risalto il fatto che il legume poteva dare dei problemi alla vescica, ai reni e alle ginocchia. Famosa è la sua ricetta delle cicerchie al lievito madre, a base di farina di orzo, acqua, aceto e cicerchie. Il filosofo greco Ippocrate, padre della medicina occidentale, ne descrive le virtù salutari e terapeutiche. Il celebre medico Galeno di Pergamo nel libro “Le proprietà degli alimenti”, riferisce l’importanza dell’impiego dei cereali e in particolare dei legumi negli usi alimentari da tenere e suggerisce il consumo di cicerchie, fagioli, lenticchie, ceci, verdure, frutta e agrumi. Marco Porcio Catone, noto come “Catone il Censore” nel “Liber de agri cultura”, racconta che i Romani coltivavano: cicerchie, fagioli, ceci, lenticchie… e amavano mangiarli sia freschi, che essiccati, cucinati in rustiche minestre, pulmentariae, arricchite con grasso di maiale, ...
Leggi di più"Omicidio a Carloforte", romanzo d'esordio di Antonio Boggio
di Giovanni Contu ___________________________________ Se dalla spiaggia di Calasetta si osserva l’orizzonte e si segue con lo sguardo il traghetto in partenza, è possibile affermare di essere in un’isola, alle spalle di un’altra isola, con gli occhi rivolti verso una terza isola; questa terza porzione di terra circondata dal mare è Carloforte. Il fatto di essere una piccola località abitata, come in una matrioska, rispetto ai territori che le stanno accanto, conferisce un fascino evidente e indiscutibile ai personaggi della vicenda raccontata da Antonio Boggio dove il protagonista, l’umanissimo commissario Alvise Terranova, cerca di svolgere il proprio dovere istituzionale fra il canto delle sirene di un passato che si ripresenta accompagnato da suggestioni intense, ricordi offuscati che, come spesso accade, producono fantasie lucidissime. In questo romanzo d’esordio, nella forma del giallo tradizionale - un’indagine di polizia su un fatto di sangue – l’autore racconta lo svolgersi degli eventi in un ventaglio di contorni sempre più sfumati, con diversi personaggi che hanno intrecciato relazioni intorno alla vittima, fra miserie, debolezze e slanci emotivi di vita quotidiana. Nella ricerca del colpevole, o meglio, man mano che avviene la ricostruzione corretta dei fatti, sembra che il protagonista riconosca sé stesso e rimetta insieme alcuni frammenti di vita che, rispetto al tempo della narrazione, costituivano una parte della propria giovinezza. Il suo intuito di investigatore nasce dal suo essere carlofortino, come se mettesse in pratica ciò che ogni abitante dell’isola impara fin da ragazzo, a cominciare dalla lingua che, come dappertutto, esprime una filosofia di vita. Auguriamo lunga vita al commissario Terranova, per un doveroso omaggio all’Isola di San Pietro e per la riscoperta dei tanti microcosmi aperti in cui viviamo e soprattutto per tutti gli amanti del mare. ...
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