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Bosa: a Casa Deriu la mostra dedicata alle maschere della tradizione sarda

Le maschere della tradizione sarda protagoniste di una mostra che da oggi, sino al prossimo 8 marzo, a Bosa, nei locali di Casa Deriu, arricchiscono il ricco programma di manifestazioni in programma per il carnevale. L’esposizione è curata dalla Tacs, società che nella cittadina sul Temo gestisce i Musei Civici che comprendono le pinacoteche dedicate a Melkiorre Melis e Antonio Atza, artisti che hanno fatto la storia della pittura sarda e per i quali arrivano turisti e studiosi da tutto il mondo e il museo delle Concerie, vero e proprio gioiello di archeologia industriale, unicum in Sardegna e in Italia. [caption id="attachment_64509" align="alignleft" width="299"] Gioldzi[/caption] Le maschere che compongono la mostra sono state realizzate dall’artista Mario Mocci di Villacidro, le artigiane locali che lavorano il filet hanno prestato gli abiti del “Domino” e di “Gioldzi”, camicia e gonna di fine ‘800 delle tipiche maschere di Bosa. Altro salto nella memoria dei secoli scorsi riguarda le maschere di Sorgono, “Is Arestes” e “S’Urtzu Pretistu”, presenti già nel 1767 negli scritti “Attobios a Santu Mauru d’Ennarzu” del gesuita Bonaventura Demontis Licheri di Neoneli, recuperati negli archivi del sacerdote di Ortueri, Raimondo Bonu, in cui vengono raccontati riti, indumenti e scenografie custoditi dall’associazione Mandra Olisai. Immancabile la presenza di “Boes”, “Merdules” e “Filonzana” grazie all’associazione “Boes e Merdules” di Ottana che nello scorso novembre erano stati tra i protagonisti del servizio dedicato al mondo ancestrale sardo apparso sulla rivista internazionale Vogue Portugal e ambientato all’interno del Parco Archeologico di Suni e del nuraghe Nuraddeo.   [caption id="attachment_64510" align="alignleft" width="259"] S'Urtzu Pretistu e S'Areste[/caption] «Le maschere sono divertimento ma, come nel nostro caso, rappresentano anche cultura e tradizione», spiega Cristina Concu, amministratrice della Tacs e responsabile della gestione e del coordinamento del Polo Museale, «è importantissimo recuperare usi e costumi da tramandare ai nostri ragazzi e da far conoscere a turisti e visitatori che decideranno di venire a visitare la mostra. Abbiamo in programma una serie di eventi e manifestazioni per un rilancio dei Musei Civici di Bosa e speriamo sia anche l’inizio di una proficua collaborazione con l’amministrazione comunale che in questa fase ci ha supportato nella preparazione e sistemazione dei locali destinati alla mostra».    ...

Oristano, storie di Sartiglia

di Antonio Obinu __________________ Nei giorni di Carnevale la città di Oristano si ferma per assistere ad una delle manifestazioni più famose dell’intera isola: la Sartiglia. Torneo equestre di origini medievale, in città i più antichi documenti riguardanti la corsa alla stella risalgono alla metà del 1500. Originariamente organizzata dall’autorità cittadina, venne in seguito affidata alle associazioni dei mestieri (Gremio), conservando il cerimoniale così come lo conosciamo oggi: la Domenica di Carnevale, organizzato dal Gremio dei Contadini e il Martedì precedente il giorno delle Ceneri, organizzato dal Gremio dei Falegnami. L’intera manifestazione si sviluppa in quattro fasi: la vestizione, la corsa alla stella, la corsa delle pariglie e la svestizione. La figura centrale è su Componidori, massima autorità che ha il compito di comandare la corsa: dopo la vestizione dovrà salire sul suo cavallo senza toccare il suolo; questa condizione dovrà essere rispettata sino al termine della svestizione. Su Componidori del Gremio dei Contadini si differenzia da quello del Gremio dei Falegnami per il colore della maschera: il primo richiama il colore della terra, scuro; il secondo indossa una maschera chiara, color cera. Per meglio capire cosa significa per un oristanese correre la Sartiglia ho incontrato il professor Bruno Sanna, dirigente scolastico, figlio di Sartigliante. Cosa ricorda di suo padre come “Sartigliante”? Partecipò per la prima volta alla Sartiglia quando aveva poco più di quattordici anni; allora era infatti consentito correre anche se minorenni. Ha proseguito per circa trent’anni, correndo anche come capocorsa la Domenica del 9 Febbraio 1964. La sua nomina come Componidori avvenne come da tradizione il 2 Febbraio dello stesso anno; l’investitura fu quasi inaspettata: il giorno della Candelora suonarono alla porta di casa, quando aprì si trovò di fronte il signor Mario Cau Presidente del Gremio dei Contadini che gli consegnò personalmente il cero investendolo così ufficialmente del ruolo. In quella occasione mio padre, Antonio Sanna, fu accompagnato da mio zio Peppino Sanna come “secundu”, “terzu” Peppino Mereu. Una volta smesso di correre, ha continuato a seguire la manifestazione? Lui era affezionato a una corsa più intima e popolare. L’ultima volta che ha partecipato è stata nel 1982, poi si è progressivamente allontanato: una manifestazione che cresceva sempre più nei numeri sia come spettatori ma soprattutto nei partecipanti, gli sembrava “un’altra cosa”; ha sempre preferito un numero contingentato di discese alla stella per dare così maggiore spazio alle pariglie. “Consegnare la spada” sarebbe dovuto essere un privilegio che su Componidori attribuiva in totale libertà e autonomia, svincolato quindi dall’esigenza di far partecipare un elevato numero di cavalieri come invece succede adesso quando gli iscritti sono più di cento. “Salire” uno alla volta in modo t ...

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