Il Cristo di Arcuentu
di Sandro Renato Garau ________________________ L’eccitazione è grande, l’indomani sarei stato parte di un gruppo che si sarebbe inerpicato sul massiccio più affascinante e ricco di storia del territorio. Era un’esperienza che desideravo fare da molto tempo, avevo sentito spesso i vecchi raccontare aneddoti e storie fantastiche riguardanti il monte. Racconti di cavalieri e dame, di monaci e avventurieri, di animali che lì avrebbero vissuto, di strapiombi, di grotte, di sorgenti e di un grande bosco. Il massiccio lo avevo sempre visto dalla strada che porta alla colonia di Funtana Atza dove da ragazzo avevo trascorso le vacanze estive e un po’ più da lontano dalla strada di Gennas de Acquas che porta a Sant’Antonio di Sant’Adi sullo stagno di Marceddì, da quella prospettiva sembra il profilo di Napoleone Bonaparte in posizione supina. Per arrivare ai sui piedi avremmo dovuto ripercorrere la stessa strada che porta ad una zona chiamata 23 in territorio di Albis. Era la stessa strada che le mattine delle domeniche invernali percorrevo con la compagnia di caccia grossa di Signor Gildo, con babbo, nonno, gli zii e tanti amici. Era anche la strada che percorrevamo quando andavamo alla ricerca dei saporiti funghi di cisto. I ricordi, quella notte tornavano prepotenti alla memoria, cervi scovati ma non sparati da nessuno, volpi abbattute e cinghiali e poi lui, lì, immobile, a volte chiaro immerso nel blu del cielo, altre coperto completamente dalle nuvole, altre ancora con un piccolo cappuccio di nuvole foriere di pioggia. Il sonno tardava a venire perché l’indomani con gli altri avremmo realizzato un’impresa della quale ci avevano parlato tante volte, enfatizzandone l’esperienza, evidenziando le difficoltà, ma non riuscendo a descrivere i particolari, la suggestione e l’emozione provata. I preparativi erano stati meticolosi, sa muscìllia in orbace con i finimenti in pelle comprata per la festa dell’Assunta. Il pane, la carne, il sale, la ciottola, il coltello e il vino, c’è tutto. Mauro, alle cinque, non era ancora giorno, è passato a prendermi. Un buongiorno sussurrato nel buio della notte. Gli altri della compagnia li avremmo incontrati a “Sa Boccia”. Il venticello era di un’alba primaverile. La guida, un uomo che non conoscevo, né troppo giovane né anziano, aveva chiesto di poter partire prima che sorgesse il sole per non soffrire troppo il caldo durante la salita. Le strette di mano per salutarci e le immancabili presentazioni degli ospiti hanno preceduto la partenza. Ai piedi del massiccio ci ha accolti il latrare di alcuni cani. Come se ci conoscessero o ci aspettassero hanno iniziato a girarci intorno per tornare quasi subito al sonnellino mattutino. L’alba iniziava a mostrare i suoi colori primaverili, il sole era ancora nascosto dietro la punta dei monti e i costoni feriti dalle attività minerarie. Il passo, nel silenzio mattutino, era vigoroso, saremmo dovuti arrivare a oltre 780 metr ...
Leggi di più