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In questa categoria troverai tutti gli articoli scritti fino Marzo 2026

Il Book Sharing è arrivato a Sanluri

Conosciuto anche come Book Crossing, questa nuova moda di condividere la lettura con degli sconosciuti si sta diffondendo con sempre più entusiasmo in tutto il globo a partire dalle grandi capitali europee, sino ad arrivare ai piccoli paesi. Il Book Sharing è un’iniziativa volontaria e gratuita di distribuzione di libri che consiste nel piazzare in un luogo pubblico prestabilito i libri che si vogliono condividere e regalare al prossimo in piena autonomia, potendone prendere altri che vi si trovano. La regola è solo una: lasciare un libro per ogni libro che si prende, affinché questa libreria cittadina non rimanga mai sprovvista. A Sanluri già da qualche settimana si può notare il primo caso di Book Sharing nella via principale Carlo Felice, fuori dall’enoteca In Vino Veritas, i cui proprietari, aderendo a un’iniziativa del Comune, e sotto consiglio del capo dei vigili urbani, Roberto Casu, hanno optato per la soluzione più creativa. Il Comune ha infatti disposto a favore di tutti i negozianti, e più in generale dei partecipanti all’iniziativa, la possibilità di concedere in uso l’area prescelta senza addebito della tassa per l’occupazione del suolo pubblico, come si può leggere nel “Regolamento per gli interventi di miglioramento dell’arredo e del decoro urbano in rapporto pubblico-privato” dove si invitano non solo i commercianti, ma tutte le categorie sociali a proporre migliorie urbane. Così la scelta può essere, per citarne solo alcuni, quella di piazzare una nuova libreria cittadina sul modello del Book Sharing, oppure coltivare un aiuola adiacente all’attività commerciale, si potrebbe anche munire il marciapiede di un rifornitore per sacchetti igienici, utilizzabili da chi, portando i propri animali domestici a fare una passeggiata, ne è rimasto sprovvisto, di panchine nuove, di portabiciclette o cestini getta rifiuti. Le proposte dovranno poi essere presentate in Comune dove diverranno oggetto della valutazione della Giunta Comunale e degli uffici competenti i quali decideranno se autorizzare, nel caso in cui esse costituiscano un reale abbellimento urbano e siano in grado di raccogliere un interesse generale, o meno le varie proposte pervenute. Lo scopo è quello di abbellire il paese attraverso la partecipazione attiva dei cittadini. Fabiola Corona ...

Se dico B. R. cosa ti viene in mente?

Questo mese appena trascorso segna la ricorrenza quarantennale di una data che ha segnato profondamente la nostra storia italiana e che da noi rappresenta, per antonomasia, l’espressione del terrorismo brigatista. Non entriamo nella questione di merito sulla vicenda, sui precedenti, gli sviluppi e sul destino dei protagonisti dell’epoca e men che meno nelle intenzioni e nelle conseguenze delle loro azioni. Molto più semplicemente, se ad uno studente qualsiasi, in modo del tutto casuale, chiedessimo: «Se dico B. R. nel 1978, cosa ti viene in mente?» come risponderebbe? Ebbene, ci abbiamo provato. Al primo tentativo la risposta è stata: «Non saprei… cos’è, un concorso?»  Fortunatamente al secondo tentativo è andata diversamente; la risposta è stata «La Russia» e quindi un terzo studente ci risponde «Quello dei comunisti».   La domanda è stata posta con ambiguità?  Non ci sembra; gli stessi brigatisti chiamavano sé stessi «Brigate Rosse» e come tali si sono presentati nella nostra società. Logica vorrebbe che i loro interlocutori, in quel modo avrebbero dovuto riconoscerli e come tali storicamente sono rimasti. I ragazzi leggono poco, si disinteressano della storia e sono disaffezionati alla politica. Questo vale però anche per molti adulti. Evidentemente non è solo un problema della scuola che, secondo alcuni zelanti riformatori, dovrebbe adoperarsi in modo efficace e gradevole - possibilmente in cinque, massimo otto anni - per una riqualificazione etica, comportamentale, culturale e professionale degli studenti che garantisca agli uomini di domani un solido futuro. Al tempo della nostra infanzia, quando eravamo bambini della scuola elementare, in paese capitava di aver a che fare con un uomo di spirito; non era un insegnante ma quando lo si incontrava aveva il vezzo e l’abitudine di interrogare le tabelline, o almeno questa era l’impressione. Al saluto, guardandoci negli occhi, faceva seguire un improvviso «Sette per otto» con una vaga espressione interrogativa. Non era una curiosità; nemmeno una domanda o un ordine preciso. Non ci veniva chiesto, di fatto, alcunché. I gli esperti della comunicazione oggi avrebbero faticato nell’inquadrare precisamente quel tipo di espressione.  Veniva subito da dire «cinquantasei», ma non era di certo automatico. Le alternative potevano essere due; la buona memoria o la velocità di calcolo. Non era punto scontata la sicurezza in una situazione imprevista - non si capiva quale fosse la reale intenzione del nostro simpatico interlocutore - ma in ogni caso si percepiva la necessità di dover rispondere. Una cosa è certa; potevamo realizzare immediatamente l’efficacia di quanto la maestra ci insegnava oppure quanto ancora era la confusione su qualcosa che evidentemente non sapevamo; un inizio di sana autocritica. Fare domande, per gli adulti, è ormai fuori moda. Le fanno ancora i bambini; i giovani sono quasi stufi. Peccato. Esco Unattimo ...

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