I moralisti della domenica
Come è successo alla Boldrini anche su Diliberto, dopo la recente intervista rilasciata al “Corriere della Sera”, si è scatenata una campagna di insulti. I protagonisti di questa campagna sono i soliti qualunquisti, i presunti “liberali” e i falsi democratici. Si può essere in disaccordo con le idee di una Liberaldemocratica come la Boldrini o come quelle Comuniste di Diliberto, ma se si hanno le capacità, si contesti il contenuto delle loro idee. Gli insulti dimostrano il contrario: povertà intellettuale e meschinità etica. Guarda caso, questi moralisti della domenica, attaccano sempre politici che non hanno rubato, che sono sempre vissuti della loro professione e che, come il caso di Diliberto ha lasciato la politica attiva per ritornare alla propria professione di insegnante. Forse, sono, per questi venditori di menzogne, un esempio tangibile che è possibile fare politica in modo onesto e sano. Un esempio che probabilmente non corrisponde ai canoni etici di chi li critica. Nell'intervista rilasciata al “Corriere della Sera” Diliberto sostiene di essere diventato comunista nell’autunno del 1969. L’anno prima, io uscivo dal PCI. Allora, non ebbi modo incontrarlo nella Federazione Giovanile Comunista cagliaritana, di cui ero stato dirigente. Ebbi modo di rapportarmi con lui all’inizio degli anni ottanta, mi ero riscritto al PCI. Ricordo che, in quel periodo, Diliberto era responsabile culturale del Pci regionale ed io seguivo, per il CRAL aziendale, le attività ricreative e culturali. Come compagni impegnati in quel settore partecipammo a Roma, nella sede nazionale del Pci, via delle Botteghe Oscure, ad una riunione sulle attività culturali dei circoli ricreativi. Dopo la riunione decidemmo di consumare un panino al bar, andammo nella libreria Rinascita e in altre, alla ricerca di libri. Ho continuato a seguire Diliberto come segretario nazionale dei Comunisti Italiani e come Ministro della Giustizia, non era presuntuoso come qualcuno sostiene ma un uomo che dialogava volentieri con tutti. Come lui stesso sostiene, era sobrio in tutto. Conservo un ottimo ricordo e mi sembrano ingiuste le critiche che gli vengono rivolte. Certo i comunisti come Diliberto sono una minoranza e lo saranno per lungo tempo nella storia. Il loro disegno è ambizioso: costruire una società che realizzi, come sosteneva Marx: “Ognuno secondo le sue capacità, a ognuno secondo i suoi bisogni”. Certo questo processo è lungo. I teorici e i dirigenti più ottimisti parlano di duecento o trecento anni. Se la rivoluzione liberale iniziata oltre duecento anni fa, e, non si è ancora conclusa, cammina a zig zag e a volte all’indietro, figuriamoci il comunismo. L’anelito rivoluzionario: Libertà, Uguaglianza e Fratellanza è spesso rimasto solo un’aspirazione. I comunisti, nel mondo, hanno raccolto questo vessillo che i borghesi avevano abbandonato, hanno tentato di issarlo là dove avevano conquistato il potere. Hanno fallito nei cosid ...
Leggi di piùL’ultimo film di Peter Marcias : “Uno sguardo alla terra”
“Uno sguardo alla terra” (presentato anche a Oristano al cinema “ Ariston”) è l’ultimo lavoro del filmmaker Peter Marcias. Prodotto da “ Capetown Film” con il supporto della “ Cineteca Sarda” e il sostegno della “Fondazione Sardegna Film Commission” , nonché di “ Sardegna solidale”. Distribuito dall’ Istituto Luce Cinecittà. Un bellissimo documentario, in incubazione da alcuni anni. L’idea: quella di far vedere ai più grandi registi e documentaristi del mondo, “ L’ultimo pugno di terra” di Fiorenzo Serra, il lavoro che la Regione sarda commissionò al regista per far capire ai sardi come si stesse passando da una società agropastorale a una, presunta, società simil-industriale. Opera che non piacque ai committenti , i quali consigliarono al cineasta di rivedere alcune cose. Ma questa è un’altra storia. E neanche simpatica. [caption id="attachment_18882" align="alignnone" width="648"] Peter Marcias e Wang Bing[/caption] Marcias e la troupe si spostano portandosi appresso “L’ultimo pugno di terra” ( 1965). Brillante Mendoza, Vincenzo Marra, Weng Bing, Claire Simon, Josè Luis Guerin, Mehrad Oskouei, Sahraa Karimi, Torner Heymann, sono i colleghi che giudicano la fatica di Serra . Dalle Filippine alla Cina, passando per Francia, Spagna e altre nazioni ancora. Nel montaggio di Andrea Lotta, si susseguono le immagini girate dal regista turritano unite alle interviste ai cineasti coinvolti nel progetto Marcias. E altre , splendide, nuove immagini: su tutte le riprese fatte da un drone. Quindi il contributo di Piera Detassis ( storica direttrice di “ Ciak”), ma soprattutto i ricordi di Manlio Brigaglia ( scomparso nei giorni scorsi) che fu sceneggiatore assieme ad Antonio Pigliaru, Salvatore Mannuzzu e Giuseppe Pisanu, sotto la supervisione di Cesare Zavattini. Il ballo degli agnellini , è indiscutibilmente una trovata zavattiniana. [caption id="attachment_18883" align="alignnone" width="648"] la regista Sahraa Karimi a Desulo[/caption] I registi, si diceva: parlano della grandiosità di Serra, ma anche dell’amore per il proprio lavoro . Alcuni di loro sono di estrazione contadina, primo fra tutti il cinese Weng Bing. I volti dei sardi, che mezzo secolo fa abbandonano le campagne per cercare fortuna nelle città del continente e dell’estero, non sono poi diversi da quelli dei giovani d’oggi. In partenza per scovare uno stipendio. Documentaristi un po’ antropologi, un po’ sociologi e un po’ ambientalisti. Un prezioso e costante lavoro di ricerca. E Marcias compie una ricerca nella ricerca. Un’idea inusuale. La musica di Enzo Favata è la colonna sonora che lega tutti quanti. Caldissima e avvolgente come una coperta di lana delle nostre pecore. Tra le cose più belle, la regista afghana Sahraa Karimi che visita Desulo e si fa vestire da una vecchia signora, con il costume del paese. In fondo, dice, ci somigliamo. Struggente il racconto del regista israelia ...
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