Quando la scoperta del collare rigido del cavallo segnava il progresso
di Francesco Diana ______________________________________ Abituati alle clamorose scoperte in tutti i campi della scienza, oggi fa sicuramente sorridere ciò che nel lontano sesto secolo, rappresentò la scoperta del classico collare per i cavalli da tiro, unanimemente riconosciuta all’epoca come un’importante conquista, capace di moltiplicare la potenza dell’animale nelle sue prestazioni a supporto del settore agricolo e non solo. A tal proposito, appare più che mai opportuno ricordare che, prima della scoperta di che trattasi, una coppia di cavalli poteva trainare al massimo un carico di 500 chilogrammi, riducendo pesantemente quella che, di fatto, costituiva la loro potenziale capacità di traino. La limitata prestazione della coppia di cavalli espressa nel periodo precedente alla scoperta di che trattasi, derivava dal fatto che, i suddetti animali, venivano imbrigliati con un collare morbido che, sotto tiro, premeva violentemente sulla trachea, comprimendo anche le vene giugulari. Ciò costringeva l’animale a tenere sempre il capo all’indietro, cosa che ne condizionava le prestazioni in ciò che costituiva il suo impiego principale, quale supporto alla fatica dell’uomo nell’esecuzione dei lavori agricoli. Con l’impiego del collare rigido, come dimostrarono poi i fatti, la potenzialità operativa di una coppia di cavalli crebbe di 4/5 volte rispetto al periodo precedente, fino a diventare gli ipotetici trattori dell’epoca. Il merito di tale scoperta, avvenuta come precisato intorno al 500, spetta a un ignoto cammelliere cinese, che preparò un collare rigido e imbottito che si adattasse perfettamente alle spalle del cavallo, proteggendo il collo e consentendo all’animale stesso di esprimere il massimo delle proprie potenzialità operative. Tuttavia spetta a un vecchio militare francese di nome Richard Lefebrve des Noettes, che come ufficiale di cavalleria era costantemente a contatto con i cavalli e ne osservava attentamente i comportamenti, il merito di aver dimostrato, dopo circa vent’anni di osservazioni, il perché dell’incremento delle prestazioni operative del cavallo a seguito dell’utilizzo della nuova bardatura. In proposito, compiendo esperimenti su una coppia di cavalli con l’impiego dei finimenti dell’epoca, l’ufficiale francese aveva notato che, effettivamente, 500 chilogrammi erano il peso massimo che una coppia di cavalli così bardati potesse trainare senza presentare sintomi di soffocamento. Nonostante la scoperta, l’impiego dei buoi nell’esecuzione dei lavori pesanti continuava a essere preferito rispetto a quello dei cavalli, non tanto riguardo alla potenza espressa, quanto per il maggior onere di mantenimento che il cavallo richiedeva rispetto al bue. A partire dall’ottavo secolo, proprio grazie al collare di nuova concezione, l’impiego del cavallo nell’esecuzione dei lavori pesanti prese il sopravvento rispetto ai bovini, non tanto in quanto a potenza, quanto riguardo alla veloci ...
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di Tarcisio Agus ____________________________ Sino al III millennio a. C. la Sardegna avrebbe vissuto una situazione di tranquillità, assenza di competitività territoriale e gestione condivisa delle risorse naturali, con villaggi eretti in parte in pianura o su lievi rilievi, vicino ai corsi d'acqua. Le popolazioni erano dedite all'allevamento e alle produzioni cerealicole, con l'apparizione dei primi metalli riferiti a prodotti semplici come elementi di collane, punteruoli, anelli o lesine, in siti di fase Ozieri (3500 - 2900 a. C., e manufatti di rame e argento, rinvenuti in fasi successive. Uno scenario che muta nella fase detta Monte Claro, 2800-2300 a. C., con la costruzione delle prime strutture difensive, costituite da vere e proprie muraglie come quella di Monti Baranta a Olmedo. Un abitato protetto da un possente bastione che l’archeologo Alberto Moravetti pone in similitudine con quella di Monti Ossoni (Castelsardo). Di queste due opere ciclopiche il Moravetti le descrive in “La Sardegna preistorica” dell'editore C. Delfino: “A Monte Ossoni, una muraglia in opera ciclopica, lunga 60 metri, delimita per circa un terzo del suo perimetro il breve pianoro terminale di un’altura troncoconica, proprio nell’unico tratto non difeso dallo strapiombo. Nell’area compresa fra la muraglia e il margine scosceso dell’altura (mq 1636) erano intuibili tracce di strutture antiche, mentre all’esterno della stessa muraglia i mezzi meccanici avevano sconvolto alcune strutture di cui rimanevano sul terreno pietrame e ceramiche Monte Claro, …A Monte Baranta il complesso si trova su di un ripiano a dominio di un ampio territorio; le strutture difensive sono date da un recinto-torre e dalla muraglia megalitica (lunghezza mt 97). Il recinto-torre, situato sul margine dello sperone trachitico che sporge dalla terrazza naturale, ha pianta a ferro di cavallo (corda m 20,65; saetta m 15,30; superficie mq 380,80) con le estremità tangenti il profilo dell’altura e il lato rettilineo, ad Est, totalmente sprovvisto di muratura perché difeso naturalmente dalla parete rocciosa scoscesa e, quindi, di difficile accesso. ...A Monte Baranta e a Monte Ossoni è documentato un sistema difensivo che prevede la scelta di un luogo alto - su estremità di pianori che si affacciano a strapiombo su vallate - ove l’area d’insediamento appare definita dal margine scosceso dell’altura e, quindi, dalla fortificazione che si colloca a sbarramento del lato più aperto e debole”. A detta di diversi studiosi queste nuove strutture megalitiche erano legate al conflitto innescatosi tra le comunità di culture Bonuighinu e Monte Claro. Anche lo studioso Giovanni Lilliu non scarta del tutto questa ipotesi tanto che definisce le comunità Monte Claro: “un gruppo umano con una certa organizzazione e un profilo etnico-etico a crearla e a definirla”, “... non di rado, entravano in lotta fra loro, secondo un modo di vivere tribale, secondo costumi d ...
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