Culurgiones cun istufadu de trudus
I primi uomini andavano a caccia con armi rudimentali e si nutrivano con carne cruda e radici. Con la scoperta del fuoco, un milione di anni fa circa, l’uomo impara a cuocere il cibo, così facendo si accorge che il suo sapore è totalmente diverso di quello consumato sino ad allora, apprezzandone così tutta la succulenza sprigionata in cottura. Col passare del tempo si perfeziona imparando nuove tecniche come quella dell’affumicatura o quella dell’essicazione, in questo modo scopre che è possibile conservare gli alimenti per lungo tempo e sopravvivere nei momenti in cui la caccia diventava meno benevola a causa delle intemperie e sbalzi di temperature. Proseguendo il suo camino, l’uomo comprende che è possibile mescolare gli alimenti rendendoli più appetitosi, più saporiti e più digeribili. Strada facendo, scopre anche altre tecniche di cottura, quella di stufare, brasare, lessare e quant’altro, compresa quella che ancora oggi si pratica in Sardegna, ovvero la cottura sotto terra a carraxiu, simile a quella degli antenati che cuocevano i capi di selvaggina dentro a una buca nel terreno, foderata con fascine di arbusti odorosi, ricoprendo il tutto con altre frasche aromatiche e accendendo sopra un fuoco preparato con fascine di cisto (tipo di vegetazione esistente nell’Isola) e ciocche secche cotzinas, lasciando cuocere per lunghe ora la preda. La stessa tecnica di cottura, pare l’abbiano adottata anche i cuochi in servizio alla corte dei Savoia, che vennero trasferiti per volere di Giuseppe Bonaparte, fratello di Napoleone in Sardegna nel 1806 (a quei tempi, territorio sabaudo). Infatti in un importante occasione prepararono una raffinata ricetta: il fagiano in cocotte, cotto dentro ad un tacchino. Piano, piano l’uomo imparò ad addomesticare gli animali, a proteggerli dentro a recinti e infine ad utilizzarli per il lavoro nei campi. Sempre in Sardegna, nel Medioevo, emerge la cucina con le spezie (cannella – chiodi di garofano – zenzero – pepe e zafferano Crocus sativus Linnaeus). Lo zafferano, in particolare, risulta coltivato nell’isola da tempi remoti, ma già conosciuto in epoca romana; resta il fatto però che prima gli arabi, poi gli spagnoli ne divulgarono il metodo di coltivazione e l’utilizzo domestico. Gli arabi in quel periodo coniarono pure il metodo dell’essicazione della pasta, in modo da poterla conservare per molto tempo e la Sardegna assieme alla Sicilia diventarono regine d’Italia incontrastate nel vantare un’industria pastaia di un certo spessore. Mentre in epoca rinascimentale la tendenza culinaria si arricchisce ulteriormente con l’utilizzo delle erbe ed aromi del territorio (mirto – lentischio, dal cui frutto si ricava l’olio - finocchietto – lauro – rosmarino – timo – prezzemolo – salvia e tante altre). Nell’Ottocento, le abitudini culinarie isolane sono decisamente migliorate, sia nella qualità degli ingredienti, sia nel modo di cucinarli, adottando tecnich ...
Leggi di piùConfronto sulla scuola per il futuro del territorio
La Flc Cgil del Medio Campidano ha organizzato a Gonnosfanadiga un tavolo tecnico sul tema “Quale scuola per il futuro del territorio: idee a confronto”. Essa si prefigura la prima di una serie che verrà organizzata in tutte le province, per parlare dei molteplici problemi che affliggono la scuola sarda. Alla presenza dei consiglieri regionali Rossella Pinna e Alessandro Collu, del segretario della Camera di Lavoro Gianluigi Marchionni e di altri importanti ospiti, i due segretari Giovanni Spiga della Flccgil del Medio Campidano e Ivanoe Vacca della Flccgil regionale hanno affrontato diversi importanti temi: l’abbandono scolastico, la denatalità, il dimensionamento degli istituti. All’interno della lunga discussione, alla quale hanno contribuito anche dirigenti e docenti, Ivo Vacca ha esposto alcune criticità della scuola sarda: «La denatalità ha portato già da quest’anno 2700 alunni in meno e altri 2000 mancheranno per l’anno scolastico 2018/2019 e ancora altri 2769 per l’anno 2019/20120». «Come reagirà – ha rimarcato il segretario regionale - la politica di fronte a questa ulteriore contrazione? L’Eurostat ci dice che la nostra dispersione è passata dal 24% al 18%, ma cosa veramente ha prodotto questo dato apparentemente positivo? Come si fa a creare un ponte fra scuola e vocazioni del territorio?» Alessandro Collu ha affermato che «bisognerebbe evitare di accorpare tante scuole in un unico istituto e puntare maggiormente sulla qualità, poiché la scuola è un formidabile volano di sviluppo». Rossella Pinna ha informato la platea che la Regione sta organizzando l’Osservatorio sulla Scolarità (su proprio emendamento a partire dagli asili – nido) e ha ricordato che, già da quest’anno, ha deciso di non procedere a nuovi ridimensionamenti ma piuttosto ha cercato di concentrarsi sull’offerta formativa. Gianluigi Marchionni ha sostenuto «per l’importanza che la scuola riveste nella società odierna, il gruppo dirigente, politico e sindacale, si deve mettere nuovamente a discutere e portare soluzioni concrete ai tanti problemi esistenti». Si è arrivati così, pian piano, a delineare qualche soluzione come quella di proporre nuovi indirizzi professionali (più vicini alle vocazioni del territorio e alle sue esigenze) fatta dal segretario provinciale Gianni Spiga. Oppure di una legge regionale sulla scuola, commisurata alle esigenze geografiche e demografiche della nostra isola, fatta da Ivo Vacca. «Per fare una scuola di qualità occorre tanta formazione», aggiunge Maria Antonietta Atzori dirigente dell’Ipsia di Guspini. La scuola di qualità è anche una scuola bella hanno sostenuto i docenti: «La maggior parte delle nostre scuole sono squallide; i ragazzi hanno anche bisogno di bellezza e di arte, altrimenti dalla scuola scappano». Insomma, gli spunti emersi sono stati veramente numerosi e mentre la Flc ha promessa altri tavoli di confronto (anche alla presenza degli studenti), i due con ...
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